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Scritto da Administrator   
Martedì 20 Luglio 2010 15:13

Il sacerdozio e Maria.

A conclusione dell’anno sacerdotale, vogliamo presentare una riflessione sul legame tra la Madonna e il sacerdozio, un legame radicato nel mistero dell’incarnazione. Normalmente per sacerdote intendiamo una persona addetta al culto con il compito di presiedere un’assemblea, amministrare i sacramenti e annunciare la Parola di Dio. Nel Primo Testamento il sacerdote ricopriva un ruolo di particolare responsabilità, doveva pregare per il popolo ed offrire sacrifici a Dio in ringraziamento o per richiesta di perdono o di protezione. Gesù, nuovo sacerdote, offre se stesso come vittima sacrificale e istituisce l’Eucarestia come memoriale della sua passione e morte. Quelle braccia inchiodate sulla croce esprimono il suo supremo gesto d’amore: “Do la mia vita per le pecore…Nessuno me la toglie: io la do da me stesso” (Gv 10,15.18). Ognuno di noi, guardando il Crocifisso, dovrebbe poter riconoscere questo amore di Dio e ripetere con San Paolo: “Il Figlio di Dio mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,20). La vita che egli dona in pienezza al Calvario è anche partecipazione al suo essere sacerdotale. Nasce così “un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Es 19,6). Maria e il discepolo amato ricevono questo sacerdozio ai piedi della croce. In questa prospettiva non è difficile vedere in Maria una figura sacerdotale, una persona cioè che fin dall’inizio si dispone a vivere come “la serva del Signore” (Lc 1,38) e da serva offre se stessa, partecipando pienamente al dono del Figlio. Un servizio quello di Maria che si prolunga subito nel servizio al prossimo, come dimostra la sua visita alla parente Elisabetta. Accogliendo poi il discepolo amato come suo figlio, Maria diventa la Madre nostra, associandosi alla missione del Figlio, che vuole riunire tutti i figli di Dio dispersi. Ma anche del discepolo si dice che accoglie Maria “nella sua casa”, tra i propri beni, nella profondità della sua vita, come meglio sembra suggerire il senso del testo greco “eis ta ìdia (Gv 19,27). Il discepolo accoglie Maria come un bene prezioso, come sua madre.

Due sono in modo particolare i momenti in cui appare più chiaramente il ruolo sacerdotale di Maria: la presentazione di Gesù al Tempio e l’offerta al Calvario per la nostra riconciliazione. Due immagini che si fondono sulla Croce con un atto coraggioso dell’evangelista Giovanni, che presenta un tentativo di femminilizzazione del corpo di Cristo. Sulla Croce infatti Gesù, nuovo Adamo, genera la nuova creatura, la nuova Eva che è la Chiesa. Il rimando al sangue e acqua che escono dal suo costato (19,34) sono elementi che si verificano più comunemente durante il parto che non nella morte. Avremmo così un Crocifisso con un corpo da donna nel momento del parto, avremmo un Cristo come “nostra madre”. Una più approfondita riflessione di questa intuizione potrebbe aiutare a ricomprendere il ruolo della donna nel mistero della salvezza, a superare le forme di discriminazioni e di differenza sessuale, a rivedere le norme restrittive previste nel libro del Levitico sul ruolo della donna all’interno della comunità israelitica.Maria ai piedi della Croce è una figura centrale nel dramma della crocifissione. Non sorprende a questo punto se Gesù sembra privare Maria del suo stato di “madre” chiamandola ancora semplicemente “donna” (19,26). Rimane “donna”, fedele discepola del Figlio, ma viene reintegrata come madre in relazione al discepolo prediletto. Gesù morente riconsegna a Maria il ruolo di madre, rendendola madre della nuova creatura che è la Chiesa.

Sulla Croce si completa l’offerta del sacrificio al Padre, iniziato con l’Incarnazione, come si può notare dal testo della lettera agli Ebrei, che mette in bocca a Gesù le parole del salmo 40: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato…Allora ho detto: Ecco io vengo, o Dio, per fare la tua volontà” (10,5ss). Medesima disponibilità che riscontriamo in Maria nel momento in cui dice il suo “sì” all’angelo Gabriele che le annuncia l’incarnazione del Verbo di Dio: “Avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1,38). Madre e Figlio si ritrovano così fin dall’inizio intimamente uniti nello svolgimento del compito sacerdotale, nella missione a compiere la volontà di Dio. I due momenti, quello della presentazione al Tempio e il dramma del Calvario, in maniera geniale sono visti in maniera unitaria e rappresentati dal grande Michelangelo nell’opera molto nota che si trova nella Basilica di San Pietro a Roma, la Pietà. Maria, giovane madre, sostiene sulle ginocchia Gesù deposto dalla croce, come se fosse un bambino; tiene il capo abbassato e non volge gli occhi verso il pubblico; è preoccupata unicamente di sorreggere il Figlio con la mano destra. Una composizione che non narra il dolore della madre, né mostra il corpo straziato del Figlio, ma pone fine al duello tra la vita e la morte, manifestando nei due volti il superamento delle fattezze terrene e il raggiungimento della bellezza ideale. Il corpo di Cristo risanato dal supplizio subito esprime bene la vittoria della vita sulla morte e dunque una nuova nascita. Il suo volto bellissimo e rilassato sembra quello di un bambino addormentato, non macchiato dai segni della passione. Maria non appare affranta dal dolore, ma come una madre, pienamente consapevole del rito che si è celebrato, ripete ancora il suo”fiat” e come sacerdotessa presenta all’umanità intera la sua offerta sacrificale. Maria non guarda il suo Figlio, ma sembra voler andare dentro di sé, per rileggere una storia quella misteriosa di un Dio fatto uomo e quella dell’umanità segnata da tante violenze. Non è difficile allora cogliere anche oggi lo sguardo di Maria in quelle madri, purtroppo ancora tante, con in braccio i loro bambini morti per fame. Quante sacerdotesse sulle strade polverose e insanguinate di questo nostro mondo!

Don Gino Faragone

Ultimo aggiornamento Martedì 24 Agosto 2010 19:21