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XXIX domenica 2020 PDF Stampa E-mail
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Sabato 17 Ottobre 2020 00:00

XXIX Domenica T.O.

Liturgia

Gesù: un rompi…davvero geniale

E’ bello scoprire la propria dignità di uomini, seguendo da vicino l’insegnamento di Gesù. Stando con lui si impara a non avere soggezione di nessuno, ad essere veramente liberi.

Dopo la serie delle tre parabole sul rifiuto d’Israele, l’evangelista Matteo presenta una serie di dispute tra Gesù e i vari gruppi religiosi-politici del suo tempo, che non sopportano la simpatia e la stima che Egli riscuote tra la folla e non tollerano la sua linearità e la sua integrità morale. E’ un Gesù scomodo, seguito da un gruppo di fedelissimi discepoli e da folle che trovano affascinante il suo modo di porgere e spiegare le Scritture e l’immagine di un Dio che ama. Gesù ripetutamente smaschera il comportamento falso dei farisei, legati all’osservanza di norme spesso discutibili, e l’abbandono del gregge da parte dei pastori, interessati a curare la loro immagine e il prestigio sociale. Il clima che si respira è pesante e ostile nei confronti di Gesù: il suo messaggio e la sua persona non sono graditi ai capi. Il brano del vangelo di oggi (Mt 22,15-21) sul tributo da pagare è riportato anche da Marco (12,13-37) e da Luca (20,20-44). L’argomento era stato già in precedenza presentato dallo stesso evangelista Matteo (17,24-27) quando a Cafarnao si erano presentati a Pietro gli esattori delle tasse per riscuotere il tributo per il tempio. In quella occasione si sottolinea che Gesù non si sottrae al pagamento del tributo, previsto dalla Torah. Gesù dunque non si mostra come un ribelle, un contestatore della Legge. In occasione di dispute e controversie, Gesù ripetutamente aveva messo in difficoltà le autorità religiose e civili proponendo stili alternativi di vita a quelli da loro proposti. Siamo a Gerusalemme, all’interno del tempio, negli ultimi giorni prima della sua morte in croce e Gesù si scontra con gli stessi che avrebbe incontrato come accusatori durante il processo. I farisei decidono di mettere in cattiva luce Gesù agli occhi della folla e ci provano questa volta non su un argomento di carattere religioso, ma su un argomento politico. Per i Giudei il pagamento delle tasse non era un problema solo di carattere politico, ma anche religioso. Pagare il tributo era un segno di sottomissione al potere pagano, rappresentato dall’immagine dell’imperatore che rivendicava un culto, che invece va offerto solo a Dio.

«I farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque i da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?”». Dall’ascolto delle parabole precedenti, i farisei capiscono che erano proprio loro i destinatari dell’insegnamento di Gesù con la precisa accusa di non avere curato la vigna. Decidono di pianificare un attacco conclusivo contro Gesù, ma non si espongono direttamente e mandano alcuni discepoli,accompagnati da alcuni sostenitori di Erode. La strana delegazione curiosamente non nasconde il disaccordo sulla questione posta: i primi, osservanti intransigenti della Legge e delle tradizioni religiose, non accettano l’occupazione romana e non sono tanto favorevoli alla tassazione, i secondi, vicini alla corte giudaica, sono collaborazionisti con l’impero. Quando si ha un comune nemico, anche i nemici diventano amici. Al tempo di Gesù, il sistema fiscale è abbastanza gravoso e prevede imposte dirette sulle proprietà, sulle persone fisiche, e imposte indirette su varie transazioni. Da aggiungere poi la decima e la tassa per il tempio. Gli tendono dunque un tranello ben inventato: “E’ lecito o no pagare il tributo a Cesare?”. Se Gesù risponde positivamente, lo potranno screditare davanti alla folla, spremuta da tributi di vario genere; nel caso opposto risulterà un ribelle, un contestatore. Quanto alla forma la domanda utilizza gli artefici della retorica ricorrendo ad una captatio benevolentiae che evidenzia l’autorevolezza di Gesù, la sua sincerità, la sua coerenza e il suo coraggio. Gesù viene etichettato come un bravo “maestro” e difensore della verità. Una bella sviolinata con tanto di enfasi e di ripetizioni! Leggere sulle loro labbra questo insolito elogio è davvero strano. Ma al di là delle intenzioni dei delegati, Gesù è davvero veritiero e non ha soggezione di nessuno. Egli guarda l’uomo e vede in lui un riflesso dell’immagine di Dio Padre. Egli guarda con amore e anche nel volto sporco riesce a vedere l’impronta del Creatore. Occorre solo un po’ di pulizia e qualche volta anche un restauro serio.

«Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: “Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo”. Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: “Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?”. Gli risposero: “Di Cesare”. Allora disse loro: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”».Gesù non risponde direttamente ai suoi interlocutori, ma li spiazza, svelando la loro ipocrisia e domandando la motivazione di questa tentazione. Poi chiede loro  che gli mostrino la moneta del tributo e li interroga sull’immagine che appare sulla moneta d’argento. Rappresenta Tiberio con l’iscrizione: Tiberius Caesar, Divi Augusti Filius Augustus (Tiberio Cesare figlio del divino Augusto, Augusto). Nel rovescio della moneta c’è la madre dell’imperatore, presentata come la dea della pace. Non dimentichiamo che nel tempio non si potevano portare monete romane, proprio in ragione dell’immagine impressa nella moneta, proibita dalla Legge. Ecco la ragione  dei cambiavalute all’ingresso del tempio. E’ proprio strano veder circolare all’interno del luogo sacro monete che la Legge proibisce e questo da chi  cerca di osservare scrupolosamente la Legge. Non commento. Gli avversari di Gesù utilizzano monete con simboli politici e religiosi. A questo punto Gesù aggiunge qualcosa che non gli è stata chiesta: i diritti di Dio. E’ fuori luogo vedere una separazione tra religione e politica. Passa dal piano ideologico a quello più pratico: il rapporto tra l’uomo e Dio. L’essere umano, come ci ricorda il testo di Genesi (1,26), è “immagine di Dio”. Come si può notare, la risposta di Gesù va oltre, diventa un insegnamento che supera la barriera dell’ipocrisia dei suoi interlocutori. “Restituite a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”: poche parole conosciutissime e non sempre ben interpretate. Gesù sposta il problema dalla liceità delle imposte a ciò che si deve a Cesare. Egli non pensa a Cesare e a Dio come due imperi con relativi poteri e neppure pone un confine chiaro tra il potere religioso e quello politico. Ricordiamo la “teoria delle due spade”, secondo la quale la chiesa pur nel rispetto di Cesare esercita una giurisdizione superiore sui poteri di questo mondo. Ma troviamo anche situazioni opposte in cui lo stato riduce la chiesa a un fatto privato. L’espressione di Gesù non può essere usata per interpretazioni di questo genere. A Cesare va restituito attraverso i tributi e una più stretta collaborazione quanto Cesare offre alla comunità, perché ogni cittadino nella logica della libertà e della lealtà cerchi il bene comune. Ma le persone devono poter contare sempre su una libertà e una coscienza, che nessun Cesare può sopprimere. Se gli uomini usano le monete dovranno sottomettersi al potere di Cesare. Gesù va oltre al quesito richiesto. L’uomo appartiene a Dio, è sua immagine unica, anche se a volte impolverata, imbrattata. Noi siamo la moneta di Dio, liberi, preziosi. Per Gesù il primo dovere del discepolo è la vita e non la religione. Basta osservare il suo impegno quotidiano, i suoi interventi a  favore dei malati, la sua vicinanza ai peccatori, perché a tutti possa essere assicurata una vita più sana e più dignitosa. E certamente ai poveri oggi non assicuriamo un minimo di dignità, vanificando così la bontà della creazione di Dio. Il vangelo ad ogni pagina testimonia l’impegno di Gesù preoccupato della vita concreta degli uomini che incontra. Annuncia la salvezza ultima del Padre, ma lo fa a partire dal quotidiano, guarendo gli ammalati e alleviando ogni forma di sofferenza.  A volte noi cristiani esponiamo la nostra fede con una serie di concetti così astrusi da non essere facilmente comprensibili e rimaniamo distanti dalle problematiche più urgenti della gente.  Il progetto di Dio è molto semplice: garantire una vita più umana per tutti. Nel regno predicato da Gesù c’è posto solo per rapporti di fratellanza tra eguali. E’ quanto emerge anche in “Fratelli tutti”, la recente enciclica di Papa Francesco: “L’affermazione che gli esseri umani sono fratelli e sorelle, che non è un’astrazione ma che si fa carne e si concretizza, pone una serie di sfide che ci spiazzano, che ci costringono ad assumere nuove prospettive e sviluppare nuove reazioni” (n.128).Si tratta di una nuova direzione, una svolta radicale. Da dove cominciare? Il Papa suggerisce: partiamo dal basso, cominciamo da noi stessi. La  globalizzazione ci ha fatto avvicinare, ma non ci ha resi fratelli. Ridiamo alla politica un tocco di tenerezza e gentilezza. “Anche in politica c’è posto per l’amore con tenerezza per i più piccoli, i più deboli, i più poveri; loro devono capirci e avere il “diritto” di riempire i nostri cuori e le nostre anime; sì, sono nostri fratelli e come tali dobbiamo amarli e trattarli così” n.194). Tenerezza è l’amore che si fa prossimo. Facciamo dunque la rivoluzione della tenerezza e cambiamo gli altri in noi.

Don Gino Faragone

 

 

Ultimo aggiornamento Sabato 17 Ottobre 2020 09:47