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Sabato 12 Settembre 2020 00:00

XXIV Domenica T.O.

Liturgia

Il perdono: comprensibile nelle dinamiche dell’amore

Ancora una volta siamo davanti ad una pagina (Mt 18,21-35) che segnala le difficoltà, gli scontri, le tensioni che si incontrano anche all’interno delle nostre comunità cristiane. Abbiamo già visto il suggerimento per cercare di “guadagnare” e non perdere il fratello che ha sbagliato, a partire da un incontro a quattr’occhi, in modo molto riservato, con il coinvolgimento poi di due o tre persone sagge e poi ancora dell’intera comunità. La domanda di oggi: come deve comportarsi la persona che subisce un torto? L’argomento è trattato in due momenti: nel dialogo tra Pietro e Gesù e nella parabola del servo spietato, senza cuore. Pietro si fa interprete di questa situazione e pone una precisa domanda a Gesù. Siamo nella parte conclusiva del “discorso ecclesiale” dove viene ripreso l’insegnamento di Gesù sul perdono. Pietro si avvicina a Gesù e gli chiede:

«“Signore, quante volte dovrò perdonare a mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”». Una domanda non certamente meschina. Pietro rivela di aver compreso l’importanza del perdono nell’insegnamento espresso da Gesù e ora chiede: “c’è un limite al perdono?”. Appare netta la risposta di Gesù: bisogna perdonare sempre, in modo incondizionato, senza se e senza ma. Un messaggio abbastanza chiaro: il perdono è anzitutto un problema di fede, una verifica della nostra fede. Si può concedere il perdono solo se abbiamo sperimentato il perdono, se ci siamo incontrati con il Dio del perdono, con il Dio la cui giustizia è la sua misericordia. Occorre spezzare la logica della vendetta, lasciare più spazio alla magnanimità e al perdono. E’ davvero difficile perdonare, lo si considera a volte un atto di debolezza, un atto umiliante. Sentiamo dire spesso: “Devi far valere le tue ragioni, non devi farti calpestare. Puoi perdonare se l’altro manifesta almeno segni di pentimento”. Tutto ciò appare ragionevole, ma non esprime l’insegnamento di Gesù. Siamo chiamati al perdono non perché siamo migliori degli altri, ma perché non possiamo vivere sereni senza il perdono. Abbiamo bisogno di essere perdonati, ma anche di perdonare. Chi perdona fa fatica a dimenticare l’offesa subita, ma affida a Dio chi lo ha ferito. Perdoniamo, perché figli di un Dio che sempre perdona. Il perdono è un atteggiamento tra i più difficili da vivere: non lo si può pretendere né imporre. E’ un gesto folle, un’impresa faticosa che può essere ispirata solo dall’amore, da un amore ferito, capace ancora di generare atti eroici di grande generosità. Solo chi ama non si arrende alla fatica del perdono. La domanda di Pietro non riguarda il perdono, ma il limite del perdono. La legge giudaica del tempo imponeva di perdonare secondo un certo tariffario, un certo numero di volte a seconda che si trattasse della moglie, dei figli o dei fratelli. Pietro corregge l’interpretazione rabbinica che vedeva il perdono concesso solo tre volte, secondo lo stile di Dio (Am 2,4; Gb 33,29), e passa generosamente da tre a sette pensando di interpretare l’insegnamento di Gesù. La risposta di Gesù è chiara, quasi raggelante: bisogna perdonare sempre e gratuitamente. Si allude qui al “canto della spada”di Lamec (Gen 4,24), dove si proclama il principio disumano della vendetta senza limiti. Lamec rappresenta un’umanità trascinata in una spirale di violenza, i cristiani sono chiamati ad un atteggiamento opposto: riconoscere attraverso il perdono un’inalienabile dignità del peccatore. Il perdono rappresenta così garanzia della vita e del futuro. La parabola che segue chiarisce il motivo di un perdono così esigente, svela il comportamento di un Dio che perdona sempre e gratuitamente.

«Il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito». La parabola inizia con il perdono del re offerto a un servo che gli deve una rilevante somma, una cifra astronomica, impossibile per un servo da rimborsare. Davanti alla disperazione e sofferenza del servo, il re mostra una viscerale compassione e lascia libero il servo. L’osservanza della legge viene superata dalla misericordia e dal perdono. Il re appare qui come un soggetto debole, che si lascia influenzare dalle lacrimucce di un servo dilapidatore e sprecone. Ma si intravede subito dietro l’immagine del re il volto di un Dio che continua ad avere fiducia nell’uomo. Il perdono del re non sortisce un effetto positivo tra i suoi servi. Il servo perdonato, che non ringrazia e non chiede scusa, non riesce ad avere un comportamento  più compassionevole nei confronti di un compagno, che gli deve solo cento denari e gli chiede quanto a lui era stato concesso.

«Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito».Che delusione! L’era della compassione non trova una buona accoglienza tra i servi. Né il servo perdonato, né i suoi compagni sanno perdonare e alla fine neppure il re perdona “settanta volte sette”. E’ la conclusione più condivisa: pensiamo che il rapporto tra gli uomini sarebbe più giusto se chi sbaglia sia castigato. Ne verrebbe fuori una società senza perdono. Ci sembra del tutto normale non perdonare chi ci ha offeso, umiliato. Ma un mondo senza perdono è solo distruttivo. Se rimaniamo senza parole davanti al comportamento del servo perdonato, incapace di avere un po’ di comprensione nei confronti  di un suo compagno che gli deve una modesta somma di denaro, questo vuol dire che condividiamo la grandezza d’animo del re, ma anche la necessità di atteggiamenti che superano le rigide norme di un codice. Se rimaniamo indignati da questa conclusione, vuol dire che la narrazione ha fatto centro. Leggiamo la terza parte della parabola.

«Visto quel che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finchè non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello”». E’ la scena che mette in luce la differenza tra i due creditori. Ci sembra del tutto normale che il servo perdonato avrebbe dovuto mostrare segni di pentimento per il suo comportamento disonesto e concedere con senso di gratitudine la stessa gioia al suo compagno. Il principio difeso da re è il seguente: chi sperimenta un gesto di perdono, deve ugualmente avere pietà degli altri. Ci troviamo davvero in forte contrasto con il racconto della parabola. E allora: se sperimentiamo il perdono da parte di Dio, non dovrebbe essere del tutto normale perdonare? Per Gesù il perdono non è un gesto eroico, è solo un gesto normale. La domanda di Pietro a questo punto non ha più senso: non è questione di quante volte si deve concedere il perdono, ma è più rilevante prendere coscienza di essere stati già perdonati e dunque dover perdonare. Non è un gesto semplice perdonare, ma è l’unica strada possibile da percorrere se vogliamo porre le basi per una società più giusta, che deve fare buon uso del diritto e far vibrare le corde del proprio cuore. Solo un perdono accolto e offerto ci permette di gustare meglio l’abbraccio misericordioso del nostro Dio per poi allargare le nostra braccia verso il fratello.

Don Gino Faragone

 

 

Ultimo aggiornamento Sabato 12 Settembre 2020 11:43