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XXIII Domenica TO 2019 PDF Stampa E-mail
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Venerdì 06 Settembre 2019 00:00

XXIII Domenica Tempo Ordinario

Liturgia

Un testo disgustoso e sconcertante

Odiare la famiglia, se stessi, abbracciare la croce, rinunciare a tutti i propri beni per essere discepoli di Gesù, non sono condizioni facilmente comprensibili. Il testo del vangelo di oggi (Lc 14,25-33)  risulta davvero provocatorio. Ma anche affascinante: per milioni di persone in duemila anni è stato la risposta alle tante domande inquietanti che i cercatori di Dio pongono. Occorre uscire dalla logica più comune di questo mondo per entrare nel mondo affascinante del Regno, dove valgono altre regole. Prima di affrontare il brano, cerchiamo di chiarire il senso da dare al verbo “odiare”. Luca utilizza il verbo miséo, che nella lingua parlata da Gesù significa “amare di meno”, e quindi non include cattiveria o perfidia. L’odio poi per se stessi è l’atteggiamento contrario al mettersi in prima fila, sempre in evidenza, al centro di ogni iniziativa. Detto con altre parole: il culto della propria persona, il narcisismo, l’adorazione morbosa della propria persona. Una vera e propria malattia, con conseguenze devastanti per le persone che ci vivono accanto. Comprendiamo subito che siamo distanti dalle condizioni richieste da Gesù, che si basano fondamentalmente sul rapporto d’amore. Gesù chiama alla libertà, a partire dalla famiglia, spesso ostacolo ad un processo di maturità umana. L’amore non può essere inteso come preferenza di uno ed esclusione di un altro.

«Una folla numerosa andava con Gesù». Dopo la sosta in casa di uno dei capi dei farisei, dove Gesù afferma la partecipazione di poveri, storpi, zoppi, ciechi al banchetto del regno, si rimette in viaggio verso Gerusalemme. Nonostante la chiarezza delle indicazioni poste per poter essere suoi discepoli, tanta gente lo segue. E certo non si tratta di una passeggiata ecologica,o di un momento particolarmente euforico, ma di una scelta per il regno di cui parlava spesso Gesù. La serietà della scelta sarà illuminata dalle due parabole: quella del costruttore della torre e quella del re che si muove per andare a combattere. Chi deve seguirlo deve fare bene i suoi conti. Si tratta di un insegnamento rivolto a tutti e non soltanto ad alcuni religiosi. Un insegnamento che non può essere interpretato come fuga, ripiegamento intimistico, ma come promozione integrale dell’uomo. Gesù è consapevole che a Gerusalemme deve affrontare una situazione non facile e desidera che anche quelli che lo stanno seguendo mettano in conto l’esito inizialmente fallimentare della sua missione.

«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo». Parole forti che vorremmo addolcire un po’ e riferirle solo ad alcune persone, come scelte radicali. Al di là del semitismo, comprendiamo che Gesù qui esprime una verità profonda, il suo desiderio di entrare nelle nostre relazioni più intime. I legami con i nostri familiari devono fare i conti con la sua persona. Siamo chiamati ad amare i nostri familiari, ma dobbiamo amare di più Gesù, se vogliamo essere davvero suoi discepoli. Egli vale più della nostra stessa vita.

«Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo». La croce era la pena capitale più oltraggiosa. Il discepolo di Gesù deve trovare il coraggio di mettersi sulle spalle la traversa della croce per raggiungere il luogo della crocifissione. Deve dichiarare di essere disposto a morire. Portare la croce per un ebreo significa essere deriso, oltraggiato. Ed è proprio qui il paradosso: solo in questa morte quotidiana il discepolo trova la forza di far vivere la parte migliore di sé. Nella sua “kenosis”, svuotamento, abbassamento, nella sua consapevole rinuncia alle aspirazioni personali, trova la strada per seguire meglio Gesù. E’ discepolo chi rifiuta di vivere nella logica della menzogna, dell’apparire, della fama, per mettersi al servizio degli altri, a partire dai più poveri, gli “scartati” dal potere. La croce diventa un altro linguaggio per annunciare il mistero dell’amore di Gesù. Nessuno invito alla ricerca della sofferenza, all’auto flagellazione. Nessuno elogio del dolore.

«Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che. Se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace». Due parabole per invitare la folla a fare bene i calcoli, a considerare il discepolato con la dovuta serietà e severità. Costruire una torre fa parte della strategia di difesa di un re e comporta una spesa piuttosto rilevante; prima di iniziare i lavori occorre confrontarsi con le proprie risorse finanziare per evitare di non portare a termine l’opera, coprirsi di ridicolo e perdere la propria reputazione.

«Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo». Nessuno spazio alla logica del potere e del profitto. Una rinuncia libera e gioiosa per entrare nella logica del dono e della gratuità. Non un sacrificio, ma un gesto di libertà, per amare sempre di più.

Don Gino Faragone

 

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 06 Settembre 2019 21:03