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XVII domenica 2020 PDF Stampa E-mail
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Sabato 25 Luglio 2020 00:00

XVII Domenica T.O.

Liturgia

L’importante è trovare

Il tema del ritrovamento è particolarmente presente nella liturgia di questa domenica: vengono trovati un tesoro, una perla e in qualche maniera anche i pesci. Realtà che stanno “sotto” la superficie, che dicono subito che non bisogna accontentarsi di ciò che appare. C’è una realtà sommersa, preziosa, nascosta, che acquista valore quando l’abbiamo scoperta. Una realtà che c’è anche se i nostri occhi non sono capaci di vedere. Una realtà che procura una profonda gioia, per cui val la pena rinunciare al resto.    Concludiamo oggi la lettura del capitolo 13 del vangelo di Matteo con le ultime tre parabole del terzo discorso (13,44-52). L’insegnamento di Gesù termina con una precisa domanda rivolta ai discepoli: «”Avete compreso tutte queste cose?”. Gli risposero: “Sì”. Ed egli disse loro: “Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”». Ma cosa c’era da capire? L’inguaribile ottimismo del seminatore? Il mistero di crescita di un granellino di senape o la scomparsa del lievito per la fermentazione della massa? La compresenza nel mondo del grano e della zizzania, ovvero del bene e del male? La scoperta casuale di un tesoro nel campo o la ricerca di una perla preziosa? Cosa c’è da capire da un’operazione normale di una pesca a strascico? Capire non comporta solo ascoltare, ma usare la propria intelligenza anche per le realtà spirituali. Capire è appropriarsi di significati sempre nuovi di una parola che si riferisce al passato, si incarna nel presente della storia, volge lo sguardo nel futuro, il tempo di Dio. I discepoli rispondono dicendo di aver compreso, ovvero di avere accolto la bellezza del regno a partire dagli elementi che Gesù ha utilizzato per presentarlo. I discepoli devono imparare a comportarsi come il padre di famiglia che sa utilizzare le cose nuove e le cose antiche. I discepoli devono gioire della storia che Dio ha compiuto con Israele, ma anche della presenza di Gesù in mezzo a loro e aprirsi alle future sorprese di Dio. Per Gesù è importante che i discepoli facciano riferimento alle “cose antiche” apprese in sinagoga, ma è ancora più importante che si aprano alla novità del vangelo.

«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo». Non deve apparire strana questa scoperta occasionale di un tesoro in un campo. Al tempo di Gesù nascondere un tesoro in un campo era come metterlo al sicuro. A motivo poi di guerre o di saccheggi, i proprietari morivano senza avere avuto tempo di comunicare il nascondiglio ai parenti. La legge del Signore (Dt 22,3) impediva di appropriarsi di una scoperta fortuita di questo genere, per cui occorreva acquistare il terreno per prendere possesso di tutto quello che c’era nel terreno. L’uomo della parabola investe tutto quello che ha per acquistare il campo dove si trova il tesoro. Nel linguaggio biblico il tesoro indica la sapienza e la parola di Dio. Attenti alla dinamica della parabola: non facciamo sacrifici, non vendiamo i beni per cercare il tesoro, ma al contrario perché abbiamo trovato il tesoro facciamo di tutto per non perderlo. La scoperta del tesoro produce tanta gioia. Così tanta che la rinuncia ai beni di cui si è in possesso non genera sofferenza. L’alternativa al modo più comune di gestire la vita è credere nell’avvento del regno di Dio instaurato con la presenza di Gesù. Incontrare Gesù, accoglierlo, seguirlo è davvero come la scoperta di un tesoro. A questo punto è fuori posto parlare di rinunce, di sacrifici. C’è posto solo per la gioia, nota dominante per il credente.

«Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra». Una parabola simile a quella precedente. Qui però il tesoro non è un incontro occasionale, ma una ricerca in modo intenzionale. In Israele le perle erano un prodotto importato dall’India, molto apprezzato. Il mercante ne ha fatto il motivo della sua vita. Dal punto di vista religioso, la perla rappresenta il dono della Legge e la ricompensa ai fedeli del Signore. Nel Cantico (1,10) la donna amata porta al collo questo gioiello prezioso e nell’Apocalisse (21,21) Gerusalemme è adornata di perle. Una bella testimonianza di questa parabola la troviamo nella testimonianza di Paolo, che scrive: “Quello che per me era un guadagno l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura” (Fil 3,7). La perla per Paolo è l’unica realtà che conta, per cui val la pena investire tutto pur di venirne in possesso. La vendita dei beni risulta così una perdita apparente nella prospettiva dell’acquisto dell’unica realtà che conta, il regno di Dio.

«Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti». La parabola richiama quella precedente della zizzania e del grano con riferimenti al giudizio finale della storia. Dal mondo agricolo e commerciale passiamo a quello largamente praticato nell’ambiente palestinese della pesca. Il Regno è paragonato ad una rete gettata che raccoglie ogni sorta di pesci. Alla fine della pesca, i pescatori separano i pesci buoni da quelli impuri per la vendita e per il consumo. Sorprende non poco dal punto di vista letterario questa forma di inclusione con riferimento alla scena iniziale con cui si apre il capitolo: mare, barca, riva. La pesca richiama il ministero di Gesù che suscita una reazione di accoglienza o di rifiuto e l’esito finale della storia con la separazione tra buoni e cattivi. L’immagine della fornace ardente richiama la pena inflitta a coloro che si rifiutavano di adorare la statua di Nabucodonosor (Dan 3,6). Qui diventa il castigo per gli adoratori del potere, per chi rinnega la sua dignità di uomo per essere servo di un altro uomo. E’ il fallimento totale della propria vita e solo di questo dovrebbero aver vergogna.

Termino con una parola detta sottovoce ai giustizialisti: la cernita avverrà solo alla fine dei tempi e spetterà solo a Dio. Buoni e cattivi devono coesistere. Non esiste una comunità di perfetti, ognuno deve fare i conti con le proprie debolezze, non importa se conosciute o no, e le fragilità dei fratelli che il Signore ci pone accanto. Compito della Chiesa non è imporre regole e norme, anticipare il giudizio finale che spetta solo a Dio, ma aiutare gli uomini a scoprire il vero tesoro, a scommettere tutto per l’acquisto di questo unico bene prezioso, fonte di gioia e di vita. Il resto è solo spazzatura. A noi scribi delle nostre comunità il compito di un’appassionata ricerca della verità, la testimonianza  di un vangelo radicato nella storia d’Israele che sa parlare e illuminare la storia di ogni popolo.

Don Gino Faragone

 

 

Ultimo aggiornamento Sabato 25 Luglio 2020 13:32