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Sabato 18 Luglio 2020 00:00

XVI Domenica T.O.

Liturgia

Atei di un Dio che non c’è

Gesù continua a parlare alla folla ed espone ancora una parabola di semina che non ha riscontri negli altri vangeli. Questa volta però sono coinvolti più personaggi. Viene ripresa l’immagine del grano, accuratamente scelto dal padrone per ottenere un buon raccolto. Inaspettatamente un nemico, di nascosto, semina nello stesso campo la zizzania per recare danno al proprietario del terreno e contrastare la crescita del buon grano. La zizzania è una pianta molto simile al grano, difficile da distinguere  nelle prime settimane dopo la semina. I servi accortosi dell’accaduto chiedono spiegazioni al padrone, che intravede l’opera del suo nemico. Ma chi è il nemico? Rispondere a questa domanda comporta affrontare il dramma del male nel mondo, la coesistenza di un Dio buono e la morte, il difficilissimo rapporto con la sofferenza. Problema che la Bibbia riporta alle origini dell’umanità nel racconto mitico di Adamo e Eva. Storia di un peccato, ma anche presa di coscienza della propria dignità di persona, del diritto di scelta, della conquista dello spazio, del valore del lavoro. Ritorniamo alla parabola: il nemico qui è un membro della famiglia, invidioso dei tuoi risultati positivi, che ti contrasta con insulti, dispetti, molestie.  i servi avanzano la proposta di estirpare subito la zizzania, ma sono invitati dal padrone ad attendere la mietitura per non danneggiare il grano. Un atteggiamento, quello del padrone, che ci sorprende e ci scandalizza: in sintesi estrema i giusti e i peccatori devono convivere fino al giorno della mietitura finale. La parabola risente molto del contesto culturale del tempo, caratterizzato da una vivace attesa messianica e da immagini apocalittiche. Si attende cioè un Messia che elimini radicalmente il male e così garantire il regno di Dio soltanto ai buoni. E’ quanto viene predicato dai farisei e dallo stesso Giovanni il Battista che parla di un ventilabro per pulire l’aia, raccogliere il grano e bruciare la pula (3,12). Il comportamento di Gesù che non spezza la canna incrinata e non spegne il lucignolo fumigante (12,20) fa sorgere non pochi interrogativi sulla sua missione e sulla sua messianicità. La parabola risponde a queste difficoltà rinviando il giudizio sui peccatori solo alla fine dei tempi. Questa parabola è seguita da altre due: il granello di senape e il lievito, che assicurano la vittoria finale di Dio (Mt 13,24-43). Gesù utilizza immagini semplici, familiari, allontanandosi così dalla tentazione di grandezza. I discepoli di Gesù invece sono animati da sentimenti di ambizione, di grandezza, di superiorità, ritengono di formare una comunità di giusti e di potere giudicare gli altri. Queste due parabole evidenziano la sproporzione tra l’inizio umile e la fine splendida.

Su richiesta dei discepoli, Gesù spiega che bisogna sottrarsi da posizioni apocalittiche che mirano alla facile eliminazione degli ostacoli alla crescita del regno e che il tempo della crescita del regno di Dio non può sfuggire alla presenza di numerosi impedimenti e persecuzioni. Gesù non allontana i peccatori, non punta il dito contro chi è etichettato come zizzania, non sceglie i primi della classe, si circonda di gente con un passato anche discutibile.

Dopo molti secoli la parabola è ancora suggestiva ed estremamente attuale. E’ facile intravedere la tentazione delle nostre comunità di volersi separare dagli altri, formare un gruppo chiuso, una comunità di “buoni”, come i “figli della luce” della comunità di Qumran al tempo di Gesù, separati dai “figli delle tenebre”.  Gesù esige invece che i suoi discepoli vivano insieme agli altri, anche i cattivi, senza sostituirsi a Dio per il giudizio finale. La chiesa non è formata da uomini perfetti, separati dal mondo, ma da persone che vivono nel mondo, con gli altri.

Non sono scomparsi i mietitori della parabola, che vogliono sradicare la zizzania: bravi nell’individuarla e altrettanto bravi nel volerla estirpare. Sono quelli che sognano una comunità di perfetti, dimenticando che la chiesa è formata da uomini peccatori, che vive l’esperienza del perdono. Quanto zelo in questa operazione di facciata per apparire pulita! Chi vive all’interno della nostra chiesa, amandola, non può essere sereno per certi interventi “purificatori”. Se avessimo più coraggio nel cercare di esaminare le nostre fragilità, saremmo certamente più indulgenti nei confronti degli errori degli altri. Quante persone si sono allontanati dalla chiesa, perché non hanno sperimentato una degna accoglienza e la tenerezza del nostro Dio! Molti si sono sentiti giudicati dai nostri sguardi, dalle nostre assurde richieste. Basta dunque con le crociate e con la caccia alle streghe. Non si può ritenere di compiere un’azione buona, quando viene calpestata la dignità di una persona, umiliandola, non apprezzando i suoi molteplici servizi offerti alla comunità. Chi ha posto un limite al perdono da offrire sempre al fratello che sbaglia? Non si può ritenere di offrire un culto a Dio mandando al rogo chi fa più fatica degli altri a osservare alcuni precetti, non richiesti dalla legge del Signore. Come possiamo ritenerci dalla parte di Dio, se il nostro comportamento non assomiglia al suo? Il nostro Dio, come ci ricorda il testo sapienziale della prima lettura, si prende cura di tutte le cose, è indulgente con tutti, giudica con mitezza, concede il perdono dopo il pentimento (cfr Sap 12,13-19). Un Dio diverso da quello che ci siamo costruiti “a nostra immagine e somiglianza”, un Dio che invochiamo perché appoggi le nostre idee, le nostre meschinità. Buon per noi se di questo Dio professiamo l’ateismo. Occorre abbandonare subito questo Dio del potere, degli eserciti, delle crociate, delle guerre sante. Dobbiamo aprirci allo Spirito di Dio per imparare a balbettare il linguaggio dell’amore, dell’accoglienza, della fraternità. Dobbiamo ammettere che non sempre riusciamo ad essere quello che vogliamo, dobbiamo riconoscere che siamo inseriti in una storia che non capiremo mai abbastanza: non ci è stato chiesto il consenso di nascere, non ci è stata data la possibilità di scegliere l’ambiente dove nascere. Se ci distacchiamo dal Dio del potere, occorre che recuperiamo un’altra immagine di Dio, quella di un padre, che si prende cura di ciascuno di noi, che non guarda le nostre fragilità, che guida i nostri passi sulla via della giustizia e della verità. E’ il Dio che preferisce guardare il grano che è dentro di noi piuttosto che la zizzania.

Don Gino Faragone

 

 

Ultimo aggiornamento Sabato 18 Luglio 2020 09:02