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Venerdì 10 Luglio 2020 00:00

XV Domenica T.O.

Liturgia

Protagonista un Dio apparentemente ingenuo

Per tre domeniche, a partire da oggi, ascolteremo tre delle sette parabole che troviamo nel capitolo 13 del vangelo di Matteo. Il numero sette per l’ebreo richiama i sette giorni della settimana e della creazione. Le sette parabole suggeriscono la rivelazione  nel tempo e nello spazio. Ritengo utile ricordare che l’evangelista struttura il suo vangelo come una nuova edizione della Legge di Dio, un nuovo Pentateuco, i primi cinque libri del Primo Testamento. E così presenta il suo vangelo con cinque discorsi di Gesù, seguiti da narrazioni che mostrano il compimento dell’insegnamento da parte del Maestro: 1. Discorso della Montagna, la porta d’ingresso nel Regno; 2. Discorso della Missione, l’annuncio del Regno; 3. Discorso in Parabole, il mistero del Regno presente nella vita; 4. Discorso della Comunità, come realizzare il Regno nella fraternità; 5. Discorso finale, come vivere per sempre con il Signore. Nel Discorso in Parabole Gesù utilizza delle immagini abbastanza conosciute dai suoi ascoltatori: seme, zizzania, lampada, granellino di senape, lievito, sale, tesoro, perle, rete di pescatori. L’utilizzo di queste immagini è per arrivare con immediatezza al cuore dei suoi ascoltatori, alla loro vita. Ecco la ragione per cui in genere Gesù non spiega le parabole, ma le conclude con l’espressione: “Chi ha orecchi ascolti”. Ai discepoli, come nella parabola di oggi, Gesù in privato ne da la spiegazione. La parabola odierna (13,1-23) può essere divisa in tre parti: l’insegnamento alla folla, la motivazione dell’insegnamento in parabole e la spiegazione ai discepoli. Protagonista assoluto della parabola è il seminatore, mentre la conclusione è affidata alla considerazione dei diversi terreni.

«Gesù  uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: “Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti”». L’immagine del seminatore richiama subito la missione di Gesù, inviato per annunciare la Parola, per proclamare il lieto annuncio ai poveri. Missione ora affidata alla Chiesa che non deve sorprendersi per gli insuccessi iniziali della predicazione, per i rifiuti, per i tanti ostacoli all’annuncio della Parola. Gesù esce da solo da una casa e si raduna attorno a lui tanta gente. Stupisce anche questa uscita da parte della gente che cerca una parola di grandi respiri, che non umilia l’uomo, che tocca il cuore dell’uomo a garantisce il perdono di Dio. Gesù è un abile predicatore, che cerca di coinvolgere il suo uditorio con un linguaggio facilmente comprensibile, anche se strano. Gesù viene da un villaggio, da Nazaret, non ha frequentato la scuola superiore di Gerusalemme, non ha i permessi dalle autorità religiose per insegnare. Ma la gente ugualmente lo cerca e lo ascolta volentieri. Gesù sale su una barca, immagine della chiesa come appare nell’episodio della tempesta sedata, e si siede come normalmente fanno tutti i rabbini per insegnare. E’ di scena un contadino che semina ovunque senza preoccuparsi minimamente di scegliere il terreno adatto alla semina. Ricordiamo che nell’Antico Oriente la semina precedeva l’aratura, ma ciò non è sufficiente per spiegare l’attività del seminatore, libero dall’ansia della scelta esclusiva del terreno adatto. Per lui non va assolutamente la politica del “Pochi, ma buoni!”. Egli semina ovunque con estrema generosità, perché intende raggiungere tutti con la sua parola, desidera che proprio tutti comprendano l’amore gratuito del nostro Dio. Per alcuni potrà sembrare ingenuo questo comportamento, ma non ci sono alternative. Se vogliamo annunciare la Parola, non dobbiamo dimenticare che il nostro Dio è un proprietario terreno che paga i suoi operai senza tener conto delle ore lavorative, è il pastore che rischia di perdere l’intero gregge per mettere in salvo la pecora perduta, è il re che cancella a un dipendente un debito esorbitante, è il samaritano che aiuta un israelita, abbattendo i muri di separazione imposti dalla sua religione. Il nostro è un Dio che difficilmente potremo mai comprendere: un Dio sognatore, ottimista, scriteriato, sprecone. E se questo non è sufficiente, pensiamo alla tenerissima immagine che troviamo nel testo di Osea: “A Efraim io insegnavo a camminare, tenendolo per mano… ero come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare. Il mio cuore si commuove dentro di me…non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim” (11,1-9). L’istituzione religiosa preferiva sottolineare altri aspetti del nostro Dio e certamente non poteva approvare l’insegnamento di Gesù, che ricorre perciò all’uso delle parabole. Oggi è il caso dello strano contadino che getta ovunque il suo grano, senza accorgersi che una parte del seme cade sulla strada, sui sassi, tra i rovi, senza la possibilità di alcun frutto. Una parte del seme cade su terreno buono e ripaga abbondantemente le fatiche del contadino. Allora come oggi non mancano coloro che propongono un’immagine diversa da quella proposta da Gesù. Ma Dio è fatto così! Mi dispiace per chi non riesce ad entrare in questa logica di Dio, che ha una sola finalità nel suo comportamento: salvare l’uomo, perché lo ama. Lo ama, perché non riesce a non amarlo. E qui Dio segna la sua impotenza, la sua debolezza. Dio si china davanti alla sua creatura, lo supplica di accettare il suo gesto d’amore, soffre per il rifiuto da parte dell’uomo.

«Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: “Perché a loro parli con parabole?”. Egli rispose loro: “Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono”». Alla richiesta dei discepoli, Gesù fa appello alla dualità dell’uditorio, alla possibilità che ha di rifiutare o di accogliere, in altri termini alla sua libertà. Gesù distingue due tipi di ascoltatori: i discepoli e gli altri. Per comprendere meglio la parabola occorre un atteggiamento sapienziale, un cercare di spingersi fino alla fonte della saggezza. Gesù dichiara beati i discepoli, perché vedono e odono, realizzando il desiderio dei profeti e dei giusti del Primo Testamento. Non si tratta di una dottrina già pronta, ma di una ricerca che parte dalla vita e deve dare alla vita una ragione sufficiente per amare.

«Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l'accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno». La parola cade sulla strada tutte le volte che ci limitiamo ad ascoltarla, senza comprenderla, senza storicizzarla, senza permetterle di entrare nelle storie concrete, nella fatica del vivere. La parola cade su un terreno sassoso, quando l’uomo che ascolta l’accoglie con gioia, ma è incostante e alla prima difficoltà abbandona tutto. La parola cade tra i rovi, quando ci lasciamo prendere dalle tante preoccupazioni della vita, dagli affanni che rendono il nostro pellegrinaggio su questa terra un vero e proprio inferno. La parola seminata nel terreno buono è colui che ascolta la parola, l’accoglie, la vive e produce il cento, il sessanta o il trenta per cento.

Per finire un accenno al mistero della parola, dabar, evento che si realizza sempre, come ci ricorda il profeta Isaia con le immagini dell’acqua e della neve  (55,10s). Eppure a fronte di tanta Parola predicata, il risultato raggiunto appare davvero scarso. E allora? Auguro a me e ai tanti predicatori della Parola, che come il contadino della parabola spargano ovunque il seme della Parola, e gli ascoltatori aprano il cuore per accogliere questo seme e farlo fruttificare nella vita.

Don Gino Faragone

 

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 10 Luglio 2020 08:51