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XIV Domenica TO 2019 PDF Stampa E-mail
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Venerdì 05 Luglio 2019 00:00

XIV Domenica Tempo Ordinario

Liturgia

Segno di riconoscimento: piedi impolverati

Ogni cristiano sa di essere inviato per annunciare a tutti il vangelo, la buona notizia di un Dio che ama tutti gli uomini. Una lettura più attenta del testo liturgico (Lc 10,1-12.17-20) ci permette di superare il solo aspetto cronachistico per aprirci al suo valore teologico. Luca ci presenta una chiesa ministeriale e intende far risalire allo stesso Gesù tutti i ministeri operanti all’interno della comunità. Per i credenti delle generazioni successive era importante avere una base sicura alla loro fede e perciò era assolutamente necessario intravedere un aggancio tra i loro catechisti e Cristo Signore.

«Il Signore designò altri settantadue e li inviò a due e due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi». Gesù desidera che il buon annuncio arrivi a chi lo sta cercando, arrivi a tutti. All’origine della missione sta un preciso progetto di Dio, che chiama e assiste coloro che sono inviati. Il numero 72 ha un chiaro valore simbolico, delinea il ritratto di una comunità ideale, chiamata ad aprirsi alle diverse culture del mondo. La missione dei 72 va oltre i confini d’Israele. I settantadue, proprio perché inviati, mostrano di avere autorità e compiti come quelli degli apostoli e non appaiono subordinati ad essi. Gli inviati si muovono “a due a due“ per dare maggiore credibilità al loro annuncio e per favorire un aiuto reciproco.

«Diceva loro: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!”». Prima operazione da compiere è quella della preghiera, perché non vengano meno i missionari del vangelo. Se il numero di operai non è sufficiente occorre rivolgersi al padrone del campo, perché susciti nuovi invii. E l’estensione del campo è davvero grande ed esiguo il numero degli operai. La missione inizia con la preghiera. Gli inviati fanno propria la passione di Dio per l’uomo e non si scoraggiano davanti alle difficoltà e al rifiuto. Anche Gesù ha dovuto fare i conti con la freddezza e l’incredulità degli ascoltatori, il rifiuto dei Samaritani, l’ostilità dei suoi parenti e compaesani. Chi parte mette in conto fallimenti e insuccessi. Fa parte del gioco e dell’avventura. Ieri, oggi, sempre! Il compito che Gesù affida ai discepoli non è quello di distribuire cibo, soldi, vestiti ai bisognosi, ma comunicare con semplicità che Dio cerca l’uomo per renderlo felice.

«Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi». La missione esige che ci comportiamo da agnelli in mezzo a lupi. Non è una bella prospettiva, una vera follia dal lato umano, un’avventura misteriosa se ci sentiamo avvolti dalla nube divina e dalla potenza dello Spirito. Gli agnelli non devono confondersi con i lupi se desiderano esaltare l’annuncio per il quale sono mandati. Gli inviati non devono preoccuparsi neppure del necessario: borsa, sacca, sandali. Tutto ciò renderà più credibile la predicazione evangelica. La stessa radicalità era stata già prescritta al momento dell’invio dei Dodici (9,3). Ciò che sorprende è che Gesù non cita un elenco di elementi essenziali, ma ciò che non devono portare. Questo stile dimostrerà più chiaramente che gli inviati sono a servizio di un padrone che non lascia mancare il necessario ai suoi operai. Questo stile semplice ci farà più facilmente immergere nella vita delle persone alle quali annunciamo il vangelo. Non dobbiamo preoccuparci della riuscita della missione, perché questa non dipende certo dalla nostra bravura.

Guardando la storia della nostra Chiesa, dobbiamo purtroppo constatare che questo stile di vita è stato abbandonato e sostituito da apparati di potere. Se ci è lecito ancora sognare, vogliamo sperare in una chiesa più vicina alla gente, libera, senza insegne particolari, umile, disponibile all’ascolto, servita da agnelli che rimangono agnelli, riconoscibile dai piedi impolverati dei suoi missionari.

L’urgenza missionaria è particolarmente evidenziata dall’invito a “non fermarsi a salutare”, ovvero a non fermarsi per strada per delle conversazioni inutili e interminabili. I missionari, entrando in una casa, devono salutare augurando pace, prosperità e benessere.

«Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi  accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano e dite loro: “E’ vicino a voi il regno di Dio”. La civiltà di una città si misura dal grado di ospitalità. Accogliere è porre attenzione all’altro, riconoscere di non essere soli, di non bastare a se stessi. Si sottolinea anzitutto la comunione a tavola con gli ospitanti, superando la concezione degli alimenti impuri. Così come Gesù, anche i missionari dovranno osservare e curare i malati bisognosi di guarigione.

«Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”». L’attività del missionaria può anche registrare qualche insuccesso. Il vangelo qui suggerisce una forma di scongiuro e di scomunica: il gesto di scuotere la polvere dai piedi accompagnato da un discorso. Al rifiuto del vangelo si accompagna il rifiuto dei missionari, che si dissociano dalle loro responsabilità e minacciano pure dei castighi, più terribili di quelli toccati a Sodoma e Gomorra: «Io vi dico che, in quel giorno, Sodoma sarà trattata meno duramente di quella città». Una missione dunque non facile, ma che riserva anche qualche sorpresa.

«I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: “Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome”». I missionari tornano felici, entusiasti per il loro successo, caratterizzato come sottomissione dei demoni, compito per altro che non era stato affidato. Erano riusciti a fare ciò che neppure i Dodici erano stati capaci di compiere. Il potere sui demoni  può essere letto come confronto con le forze del male, una liberazione dell’uomo che si trova sotto il potere delle malattie.

«Egli disse loro: “Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”». Satana, nella cultura de tempo, era il funzionario della corte celeste, con il compito di difendere la dignità di Dio e punire i peccatori.  Con l’annuncio del regno, Satana non più il potere di accusare l’uomo davanti a Dio. Il Dio di Gesù non è colui che premia i buoni e castiga i cattivi, ma è colui che a tutti concede il suo amore. I discepoli di Gesù potranno sperimentare sempre una particolare protezione, potranno camminare sopra bestie pericolose come serpenti e scorpioni e non essere vittime dei loro morsi.

Don Gino Faragone

 

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 05 Luglio 2019 23:59