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XIV domenica 2020 PDF Stampa E-mail
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Sabato 04 Luglio 2020 00:00

XIV Domenica T.O.

Liturgia

Prossima apertura di una scuola speciale

Non lasciatevi sfuggire questa opportunità: la scuola è aperta a tutti, non sono previste tasse, materia fondamentale l’umiltà, accompagnata da una buona esperienza umana, non ci sono esami finali e non viene rilasciato nessun titolo accademico. Il Maestro Gesù pubblicizza la sua attività così: “Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro”. La sua scuola però non riesce ad avere numerosi iscritti. E’ una scuola speciale, aperta tutto l’anno, con particolare attenzione a gente sfiduciata e con l’obiettivo di un itinerario per diventare piccoli. Il regolamento di questa scuola prevede un solo articolo: il rispetto assoluto della persona, delle sue opinioni, della sua libertà di pensiero. Un’attenzione particolare è riservata agli uomini stanchi, delusi per gli insuccessi e le incomprensioni della vita, infastiditi dalle falsità, dalle meschinità e dalle ingiustizie, senza più la voglia di vivere, tentati a mollare tutto. In un mondo in cui tutti corrono alla ricerca dei primi posti, il Signore propone coraggiosamente una carriera per guadagnarsi gli ultimi posti.

Il contesto del brano liturgico odierno (Mt 11,25-30) segnala alcuni episodi che evidenziano una sempre più crescente ostilità nei confronti di Gesù da parte delle autorità religiose e civili e dall’altra un’adesione sempre più convinta da parte dei discepoli che lo seguono.  La folla entusiasta ammira Gesù per i suoi prodigi ma non ne coglie il senso più profondo. E’ un momento pesante, un’ora di prova, in cui trovano abbondante spazio lo scoraggiamento e la paura del fallimento: Gesù si sente incompreso e impedito nel suo viaggio verso Gerusalemme. Le città come Corazin e Betsaida, che avevano assistito a numerosi miracoli, non danno segni di conversione. Anche lo stesso Giovanni Battista mostra qualche dubbio sulla missione di Gesù e invia i suoi discepoli a chiedergli: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?” (11,3).

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza». Questa confessione di lode non è originata dai successi di Gesù, ma nasce in contesto di ostilità, di rifiuti, di delusioni, di amarezze. Gesù si scontra con i farisei che gli contestano la non osservanza del sabato e non riesce ad essere simpatico neppure alla gente, a cui non andava bene Giovanni Battista che viveva nel deserto nella povertà e nell’austerità e ora non gli va neppure Gesù, che vive nei villaggi e mangia e beve con i peccatori. Scribi, rabbini e sacerdoti rimangono del tutto indifferenti davanti alla sua predicazione e ai miracoli che egli compie. Nel testo parallelo di Luca (10,21-22), l’espressione è riportata dopo il ritorno dei settantadue discepoli dalla missione e manifesta la gioia di Gesù, che danza nello Spirito e si rivolge al Padre per esaltare la dignità dell’uomo. Troviamo qui espressi i sentimenti personali di Gesù nei confronti di Dio suo Padre: un Dio misterioso, eterno, che si rivela nel tempo. Egli mostra riconoscenza, stupore, fa la sua professione di fede. Rivela il vero volto di Dio, che chiama con l’appellativo di “papà” “abbà”, termine col quale i bambini si rivolgono al proprio genitore. Come si può notare, la preghiera qui non esprime un bisogno, ma semplicemente una lode, un riconoscimento della paternità di Dio.

Nonostante il clima di ostilità e di incredulità, Gesù è intimamente certo che la sua opera è gradita al Padre e perciò lo benedice. L’inno inizia con le parole: “Ti rendo lode”. Il verbo greco exomologheo può anche essere tradotto: “Ti riconosco, proclamo davanti a tutti”. Gesù riconosce l’agire di Dio, la sua sapienza, le cose belle, nonostante tutto. Egli accetta pienamente il progetto del Padre, che viene rivelato ai piccoli (nepioi) e tenuto nascosto ai sapienti e ai dotti. Dio sta sempre dalla parte dei poveri e degli oppressi, a loro svela i suoi segreti, a loro è destinata la beatitudine sul possesso del Regno.

Padre, ma anche Signore del cielo e della terra, sovrano universale. Ed ecco la motivazione della lode: “Ha nascosto queste realtà ai sapienti e ai dotti”,  ovvero ai superbi, ai furbi e autosufficienti. Abbastanza evidente lo stile semitico, che va decodificato, dove Dio appare come artefice di tutto ciò che accade sulla terra. Pensiamo all’indurimento del cuore del Faraone causato dallo stesso Dio (Es 10,20). Ma comprendiamo tutti che è il Faraone che si rifiuta di ascoltare Mosè e non intende far partire gli schiavi ebrei. Non si intende negare validità all’intelligenza per esaltare l’ignoranza. Gesù afferma il contrario di quanto comunemente trasmesso dalla tradizione rabbinica, secondo la quale un ignorante non può evitare il peccato e dunque è escluso dal regno. Per Gesù invece sono i sapienti ad essere esclusi dalla comprensione delle realtà celesti, quei farisei e scribi che si ritengono unici interpreti ufficiali della legge. Chiaramente qui non si tratta del disprezzo dell’intelligenza, ma ci si riferisce a quella “sapienza” che distrugge l’amore, che si oppone alla verità, che ritiene di poter fare a meno di Dio. Non si esalta il mito della “santa ignoranza”né si vuole contestare la fatica della ricerca della verità che impegna tanti studiosi. Il mistero, cioè il piano di salvezza, è rivelato ai “piccoli”, a chi cioè non ha parole, agli umili, ai poveri, che all’interno della comunità non rivestono ruoli particolari né esercitano autorità, che non sanno parlare per difendere i loro diritti o peggio che non hanno diritto di parola nei confronti dei grandi, di quelli che comandano. Piccoli sono anzitutto i discepoli che dai farisei sono disprezzati perché non osservano la legge. I piccoli capiscono e accolgono il messaggio di Gesù, mentre i sapienti rimangono fuori da ogni comprensione. Qui il discorso è duro: è Dio stesso che nasconde la verità ai sapienti per rivelarla ai piccoli. E così i piccoli comprendono, mentre gli intelligenti, quelli che hanno potere non sono in grado di comprendere.

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro». Risuona ancora una volta l’invito a seguirlo, successivamente ripreso per la partecipazione alle nozze del figlio del re, e infine rivolto a quelli benedetti dal Padre per vivere nella pienezza di vita. L’espressione richiama la conclusione del Siracide (51,23-27), dove l’autore invita coloro che sono senza istruzione a prendere dimora presso la sua scuola e suggerisce loro di sottoporre il collo al giogo dell’istruzione, dove lui stesso ha trovato pace e un grande tesoro. Gesù si identifica con questa Sapienza di Dio, ed offre gratis una dottrina di salvezza, offre se stesso, un amore fatto carne. E’ questa carne che rivela Dio, è questa carne che salva l’uomo. Un Dio crocifisso per amore. Un Dio “riposo”, tappa finale del cammino faticoso dell’uomo.

«Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo». Un’espressione, dal sapore giovanneo, che rivela il particolare rapporto d’intimità e di conoscenza tra il Padre e il Figlio.

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita.  Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero». Questi ultimi versetti rivelano il modo di osservare di Gesù: davanti a lui ci stanno ciechi, mendicanti, disabili, sordi, paralitici, uomini e donne stremati dalla fatica senza la gioia di una equa retribuzione. Gesù passa molte ore della sua giornata accogliendo i peccatori, i lebbrosi, le prostitute, tutti quelli che erano gli emarginati del suo tempo. Egli conosce anche quelle prescrizioni e norme che rendevano la vita davvero pesante, impartite da gente che dice e non fa. Gesù si sente molto vicino agli uomini provati, perché anche lui è “umile di cuore”, un uomo che conosce bene la fatica del vivere. E a loro promette un riposo. Un lavoro che non contempli un adeguato riposo è una forma di schiavitù. Non si è uomini liberi se si rimane schiacciati da un lavoro disumanizzante. L’invito di Gesù suona chiaramente come un rimprovero nei confronti  di quei tali, scribi e farisei, che “legano pesanti carichi e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito” (23,4). Gesù vive in comunione con la gente dei villaggi e li invita a difendere la loro dignità di persona, a esigere un lavoro che non schiavizzi l’uomo. Ancora una volta sottolinea che i pesi insopportabili non provengono da Dio, ma ci vengono imposti da quelli che con la maschera di ipocrisia si dichiarano nostri fratelli e amici. Anche Gesù parla di “giogo”, ma il suo è dolce, un peso sopportabile, leggero.

Una domanda per chiudere: le nostre istituzioni, comprese quelle religiose, quanti pesi inutili impongono ancora sulle spalle degli uomini?

Don Gino Faragone

 

 

Ultimo aggiornamento Sabato 04 Luglio 2020 00:01