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Sabato 27 Giugno 2020 00:00

XIII Domenica T.O.

Liturgia

In cielo…con un pizzico di umorismo

Le battute conclusive del testo evangelico di oggi (Mt 10,37-42), che riportano il discorso missionario  pur nella durezza di un linguaggio non facilmente comprensibile meritano una riflessione più attenta. Gesù ha dato agli apostoli delle precise indicazioni sul contenuto dell’annuncio che devono recare nei villaggi della Galilea e della Giudea, sui segni che accompagneranno questa loro missione, sulle persecuzioni cui andranno incontro. Si delinea sempre meglio l’immagine del discepolo, che deve essere uno che riconosce Gesù, lo ama  più di ogni altra cosa, si dispone ad abbracciare la croce, preludio di morte, fino a donarsi totalmente. La profezia lugubre della spada segna un taglio netto anche all’interno della famiglia. Quel che appare davvero strano è che l’annuncio fondamentale di un Dio che ama tutti, che sceglie di stare dalla parte degli ultimi, di rendersi visibile negli uomini maggiormente provati nella vita come i poveri e gli ammalati, questo Dio non è da tutti gradito. Quando Matteo scrive il suo vangelo probabilmente si è già consumata la rottura fra la comunità cristiana e quella giudaica, in seguito alla distruzione del tempio. Per i cristiani è l’esperienza del sentirsi fuori, ritenuti eretici, rinnegati dagli stessi familiari. In questo contesto appare più comprensibile l’espressione: “Chi ama padre o madre più di me non è degno di me”. Gesù non chiede di disprezzare i propri genitori, ai quali ci lega un amore naturale ( philia), ma propone un amore più grande che è riflesso di quello di Dio (agape), un amore che ci fa abbracciare la croce come gesto di donazione della vita. La nostra esistenza diventa  così un dono per tutti. Accogliere la croce diviene un modo per entrare nella logica dell’amore di Dio, un amore sconfinato, non meritato. La croce allora in questa prospettiva non è da collegarsi al concetto di prova, di punizione, ma più semplicemente al concetto di dono, di servizio alla comunità. Non ci sorprende perciò la conclusione del brano, che con toni più rilassanti ci regala un futuro che non trascura neppure un bicchiere di acqua fresca. Se il nostro Dio si prende cura degli uccellini, conta i nostri capelli, può non tener conto dell’acqua fresca offerta ai suoi inviati? E noi, ministri della Parola, siamo testimoni della grande generosità manifestata dai fratelli nella fede per il servizio che offriamo.

«Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me». Gesù non esclude l’affetto verso il padre, la madre e i fratelli, ma esige dai suoi discepoli un amore prioritario. Il discepolato è come costruire una nuova famiglia e vale dunque sempre quanto già prescritto in Gen 2,24: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre, si unirà alla sua donna e i due saranno una carne sola”. Si tratta dunque di una nuova realtà, di una relazione davvero singolare, che esige una libertà assoluta anche davanti agli impegni di carattere familiare. Le soluzioni accomodanti non danno alcuna forma di garanzia. Il primo insegnamento è rivolto ai figli e poi ai genitori, con lo stesso intento: liberarci da quei rapporti che ci impediscono di vivere da uomini liberi, ma liberi davvero. Tanti hanno sperimentato la fragilità di un amore che ritenevano assoluto: hanno amato l’altro, hanno rinunciato alla propria libertà, hanno sacrificato la vita con un risultato fallimentare. L’amore come possesso assoluto finisce con il soffocare l’altro per averlo tutto per sé, determina la morte dell’altro per averlo sempre a portata di mano. Un amore così è davvero devastante. Ma è vero amore? L’amore di cui parla Gesù è di altra natura: è un amore che sa offrire spazi di libertà, che sa proporre cammini verso l’infinito, nel rispetto della dignità delle persone, nella giustizia e nella verità.

«Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà». Quando sentiamo la parola “croce” tentiamo di cambiare argomento, perché è istintivo non amarla, non cercarla. Val la pena precisare che la croce va presa, accolta, ma essa non viene da Dio. La croce è il patibolo, l’asse orizzontale, che veniva messo sulle spalle del condannato a morte per raggiungere il luogo dell’esecuzione. Nel momento in cui ci si vede con questo patibolo sulle spalle è facile pensare ad un abbandono da parte di Dio, alla perdita della propria reputazione. E tutto questo ha un sapore ancora più amaro, se a caricarti di questo patibolo vedi persone che condividono con te la tua stessa missione, persone che ti condannano senza dartene una ragione sufficiente, persone mascherate di integrità di fede, legate ad un credo che nella vita manifestano con estrema superficialità, burocrati del sacro, difensori di dottrine che calpestano la dignità delle persone. Non possiamo rifiutare la croce, perché è in questo mistero della vita umana che troveremo salvezza. E questa croce ci fa essere davvero persone libere, la mia croce, quella che porto dietro ad un condannato, assolutamente innocente, colpevole di avere cercato di annunciare un Dio che non rientrava nella dottrina giudaica, un Dio che alla dottrina privilegiava il rispetto per l’uomo, per ogni uomo, anche il peccatore. Un Dio sognatore di un mondo migliore, un Dio che sa aspettare i nostri tempi, anche le nostre ipocrisie, un Dio che attende sempre con le braccia aperte. Chi vive offrendosi, amando entra in una relazione particolare con Dio, fonte della vita.

«Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa». Questi ultimi versetti affrontano il tema dell’accoglienza, a cui la prima lettura dedica particolare spazio: un’accoglienza carica di tante delicatezze offerta al profeta Eliseo da una coppia di anziani coniugi senza figli. Al profeta viene data una camera preparata con tanta cura, con letto, tavolo, sedia, lampada. E il profeta alla fine ricompensa con la promessa di un figlio. L’inviato da Gesù propone un messaggio e va accolto. Accogliere l’apostolo significa accogliere colui che lo invia. L’apostolo appare come uno sprovveduto, uno che si affida ai fratelli ai quali viene inviato, stabilendo un rapporto di autentica fraternità. Evangelizzare perciò comporta farsi accogliere, rimettere in discussione il valore della croce, che non significa una maledizione di Dio, ma il rendersi visibile dello stesso Dio. Dopo l’espressione dell’accoglienza del profeta e del giusto con relative ricompense, ci saremmo aspettati: chi accoglie un apostolo come apostolo avrà la ricompensa dell’apostolo. E invece spunta fuori il bicchiere d’acqua fresca offerta ai piccoli, che avrà una grande ricompensa. Non è solo un problema di linguaggio: i discepoli devono rimanere “piccoli”, senza potere, senza riconoscimenti, senza titoli che li fanno apparire superiori agli altri. Piccoli, ma liberi. Dio ha rispetto dell’uomo, della sua libertà, della sua fragilità. Ma davvero non vogliamo capire? La conclusione, con un pizzico di umorismo, è ancora affidata a un’immagine inusuale di un Dio che ora si mette a contare i bicchieri d’acqua.

Don Gino Faragone

 

 

Ultimo aggiornamento Domenica 28 Giugno 2020 13:31