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Sabato 06 Giugno 2020 00:00

Santissima Trinità

Liturgia

“Per te la lode è il silenzio” (Sal 65,2)

La festa della Santissima Trinità ci mette sempre in una certa difficoltà, perché riscontriamo non pochi disagi nel parlare del nostro Dio. Ci mancano le parole appropriate: qualunque cosa tentiamo di dire su di lui, ci accorgiamo alla fine che quelle parole sono solo un tentativo non riuscito. E allora? Forse è meglio tacere, anzi è proprio necessario imparare a tacere, a recuperare la dimensione del silenzio. Non è facile stare nel silenzio, ascoltare altri linguaggi diversi dalla parola, lasciarsi sorprendere dalle “ragioni del cuore”, rimanere incantati e illuminati dalla potenza della luce, estasiati dalla bellezza cromatica di un mondo tutto ancora da scoprire. Dio sa stare in silenzio, perché rispetta la nostra libertà, i nostri tempi, i nostri cammini, le nostre proteste, le nostre lotte. E noi non lo comprendiamo, vorremmo almeno discutere con lui, capire le ragioni del suo silenzio. Non c’è niente da fare: lui continua a tacere. Facciamo nostro il grido sofferente di Giobbe che osa sfidare Dio. E alla fine Dio rompe questo angosciante silenzio per unirsi a noi nella lotta per un mondo più giusto. Comprendiamo così che quel suo silenzio è un tempo di attesa, un tempo che deve essere riempito dalle grida di protesta per una dignità calpestata, per i diritti non riconosciuti. Non si è uomini se non c’è rispetto per quello che siamo: immagine e somiglianza di Dio. Non è Dio che deve rispondere al grido degli oppressi, è l’uomo che deve imparare ad ascoltare nel silenzio le voci sempre più flebili di chi sta morendo di fame.  Non è Dio che deve rispondere, è l’uomo che deve imparare a vivere nell’obbedienza all’unico comandamento che Gesù ci ha insegnato. Solo se la lingua tace l’intelletto impara ad amare. In questi giorni i nostri ricercatori e scienziati sono alle prese per trovare un vaccino contro il Covid-19 e assicurare all’uomo una più serena esistenza. E quando ci sarà un vaccino sicuro per un lavoro dignitoso? Il lavoro non è il castigo di Dio per gli uomini cattivi, ma l’attività che permette all’uomo di continuare l’opera creativa dello stesso Dio. Solo se l’uomo lavora potrà gioire del riposo.

Torniamo al silenzio come elemento iniziale della nostra relazione con chi ha gioito della nostra esistenza. Il linguaggio dell’amore che abbiamo imparato subito a riconoscere non ha avuto bisogno della parola: ci è bastato uno sguardo, due mani pronte a sollevarci, a rassicurarci. In fondo l’amore non ha bisogno di parole. Possiamo comprendere in questa prospettiva l’espressione di S. Agostino: “Se vedi l’amore, vedi la Trinità”. La parola è uno strumento importante nella comunicazione, ma è ugualmente un elemento debole, fragile: muore dopo essere stata pronunciata. Una fragilità che deve fare i conti con le nostre distrazioni, con i problemi di udito, con la varietà delle lingue. Possiamo non saper parlare, ma possiamo amare con i fatti e avremo davvero una stupenda comunicazione. “Per te il silenzio è lode” (Sal 65,2): estasi dell’amore, contemplazione, stupore, adorazione. Il credente trasforma il silenzio in un abbraccio di lode, senza fare ricorso alla parola. Fa sua la professione di lode del salmista, confessando così che Dio è oltre il nostro pensiero, le nostre sensazioni. La sana teologia sa riconoscere i propri limiti e confessare che la verità su Dio sfugge alla ricerca umana. Dobbiamo però aggiungere che la fatica della ricerca non è mai un lavoro inutile, sterile, perché Dio si fa incontrare da chi lo cerca con cuore sincero ed umile.

I testi della liturgia della parola non hanno quel vocabolario che la riflessione teologica ha elaborato lungo i secoli. Il linguaggio teologico, anche se molto complesso nella sua formulazione, è tuttavia molto stimolante: ci consegna un Dio fonte di vita, un Dio che vive in relazione, un Dio che ama incontrarsi con l’uomo, che si manifesta mediante Gesù e con il dono dello Spirito ci spinge a vivere d’amore. Ci accostiamo a questa inesauribile fonte di sapienza con un pizzico di umiltà e di coraggio per gustare l’abbraccio di Dio. Sono testi brevi, ma significativi, dove Dio non appare come la conclusione di un percorso umano, ma come comunicazione gioiosa di sé.

«Disse Gesù a Nicodemo: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio infatti non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”» (Gv 3,16-18). Il brano riporta la rivelazione che Gesù fa a Nicodemo, il fariseo che esce dalle tenebre per giungere alla luce della verità. Il brano si apre con una solenne proclamazione sull’amore divino da parte di Gesù, che si presenta come l’unico in grado di rivelare i modi di agire di Dio. Identifica poi il Figlio dell’uomo con il Figlio unigenito di Dio inviato per la salvezza del mondo. L’uomo se vuole avere la vita eterna deve credere nel Figlio dell’uomo innalzato sulla croce. Solo chi lo rifiuta si espone alla condanna eterna. Sullo sfondo si può cogliere il richiamo ad Abramo a cui Dio comanda di prendere il suo “unico” figlio Isacco, da lui amato, per sacrificarlo per la salvezza delle nazioni. Dio ha amato il mondo “tanto” ed è disposto a sacrificare il suo unico Figlio, perché ogni uomo professando la fede in Gesù possa trovare la salvezza.

«Mosè si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano. Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà”. Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. Disse: “Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa’ di noi la tua eredità”» (Es 34,4-6.8-9). Ancora un’ulteriore manifestazione di Dio dopo l’increscioso episodio del vitello d’oro. Mosè dopo aver ricevuto le tavole della Legge scese dal monte e sorprese gli Ebrei mentre stanno praticando un culto idolatrico davanti ad un vitello. Indignato frantumo le due tavole contro la roccia, distrusse il vitello d’oro e ordinò l’esecuzione di chi non stava con il Signore. IL testo liturgico presenta un Mosè riconciliato con sé stesso in una nuova teofania al monte Sinai. Dio gli si mostra come il “il Misericordioso e il pietoso”. Una straordinaria manifestazione di un Dio che non finisce di stupire, pieno di bontà senza confine. Non manifesta la sua collera davanti alla fragilità del popolo, ma rivela a Mosè il suo proposito di restare fedele al suo popolo. Come non essere orgogliosi del nostro Dio!

Concludo con l’augurio di Paolo: “Siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi. Salutatevi a vicenda con il bacio santo” (2Cor 13,11s). Di Lui ci si può fidare.  Se apriamo più spesso la Bibbia, troveremo sempre una espressione che ci aiuterà a rinnovare la nostra fiducia in Lui. Riscopriamo la gioia di un incontro libero con Lui, la bellezza di una preghiera che mira non a cambiare Dio, ma a cambiare la nostra vita, che ci faccia rispettare la creazione e ci apra alla solidarietà con tutti gli uomini.

Don Gino Faragone

 

 

Ultimo aggiornamento Domenica 07 Giugno 2020 00:47