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Pentecoste 2019 PDF Stampa E-mail
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Venerdì 07 Giugno 2019 00:00

Pentecoste

Liturgia

Basta! Cominciamo di nuovo!

E non possiamo non partire da Dio, che è essenzialmente amore, che possiamo con più facilità trovare accanto al povero, all’ammalato, al naufrago. Sì, perché è con lui che si identifica. “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Cresce, ringraziando Dio, il numero di coloro che si occupano dei fratelli più bisognosi. Non importa la motivazione che li spinge a muoversi su questo campo della solidarietà. Ciò che conta è che al centro c’è l’uomo sofferente a cui si vuole dare dignità. Per il credente è un modo concreto per rispondere all’amore di Dio: “Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1Gv 4,20).

La solennità di oggi ci deve convincere della creazione nuova che lo Spirito vuol fare e della missione che affida ai credenti, farsi pane spezzato. Il metropolita Ignatios di Latakia nel 1968 a Uppsala così sottolineava l’importanza dello Spirito nella vita della Chiesa: “Senza lo Spirito Santo: Dio è  lontano, il Cristo resta nel passato, il Vangelo è lettera morta, la Chiesa una semplice organizzazione, l'autorità una dominazione, la missione una propaganda, il culto un'evocazione e l'agire cristiano una morale da schiavi. Ma in lui: il cosmo si solleva e geme nelle doglie del Regno, il Cristo risuscitato è presente, il Vangelo è potenza di vita, la Chiesa diventa comunione trinitaria, l'autorità è servizio liberatore, la missione è Pentecoste, la liturgia è memoriale e anticipazione, l'agire umano è deificato“. La notizia che dobbiamo comunicare ci tocca in prima persona: siamo noi stessi il messaggio di libertà, di amore di Gesù. E il messaggio è tanto più convincente se davvero ogni giorno diventiamo “pane spezzato”, se ci occupiamo di chi soffre, se ci prendiamo cura di lui, per restituirgli dignità e vita. “Io ho avuto fame” (Mt 25) è la dichiarazione di Gesù nel giudizio finale, ma anche il grido di chi non è in grado di procurarsi il cibo per sfamarsi. Il credente è colui che non guarda in faccia il povero, non gli chiede i documenti, sa condividere quello che ha, perché nel povero riconosce la stessa immagine di Gesù. Questo è vangelo e non possiamo modificarlo. Non ci viene suggerito una buona azione una volta l’anno, ma di individuare il bisogno di chi soffre per manifestare a lui la misericordia di Dio. Questa è vocazione per tutti. E come Gesù dobbiamo spezzare la Parola e il pane per risollevare l’uomo dalla sofferenza. A cominciare dai piccoli, da quelli che non contano, dalle donne ancora considerate come proprietà del maschio, dai pastori, gli emarginati di ogni tempo. Sono piccoli coloro che hanno sete e non riescono a individuare di che cosa, sono nudi senza alcun progetto nella vita. Evangelizzare significa dare una risposta concreta a questi bisogni.

Pentecoste è un evento di nascita, di creazione: aleggia sulle acque del caos lo Spirito di Dio, che viene effuso sull’ Adam, che diventa un essere vivente. Questo Spirito ci viene offerto per la nostra liberazione e per la nostra vita e ci permette di continuare la missione di Gesù: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato ad annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore”  (Lc 4,18-19). E’ il testo del profeta (Is 61,1ss) con cui Gesù inizia il suo ministero di evangelizzazione e deve essere il testo fondamentale del nostro ministero. Non sono previsti più punti per un servizio ritenuto più impegnativo. Nelle nostre comunità non dovrebbero esserci spazi per ruoli di maggior merito. La scalata al potere non rientra nella logica del vangelo, che conosce solo la forza dell’amore: “misericordia voglio non sacrifici” (Mt 9,13). Certi comportamenti ritenuti “religiosi” sono ben lontani dalla logica del servizio. Vivere nello Spirito significa abbattere il muro dell’indifferenza, della mediocrità, del “si è fatto sempre così”, per lasciarsi condurre su strade nuove, aperti alle sue fantasie. Scrivevo qualche anno fa: “E’ Chiesa dello Spirito quella che non impone leggi, non si lascia tentare dal fascino del potere, ma si fa umile serva dell’uomo. E’ Chiesa dello Spirito quella che sa abbandonare la tranquillità di un ufficio per camminare sulle strade polverose del mondo e ascoltare i bisogni della gente. E’ Chiesa dello Spirito quella che sa valorizzare la molteplicità e la diversità dei carismi alla ricerca di una vera unità”.

«Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo». E’ l’inizio della narrazione di Luca (At 2,1-13) che descrive i primi passi della Chiesa. Vengono indicati il tempo e il luogo: ci troviamo a Gerusalemme a conclusione della festa di Pentecoste. I protagonisti dell’evento vengono designati da un pronome “tutti”, che permette di supporre la presenza delle donne, Maria, i fratelli di Gesù e i dodici. Stanno insieme come a volere indicare l’armonia tra i primi credenti in Cristo. Il clima che si respira richiama l’atteggiamento di Israele al Sinai che “con un medesimo cuore” aveva aderito alle parole del Signore (Es 19).

«Venne all'improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano.  Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro». L’evento della Pentecoste è descritto con immagini e vocabolario presi dalla teofania al Sinai. Il nostro testo parla di rumore, di vento, di fuoco; in Es 19,16-18 ci sono tuoni, lampi, terremoto, fumo, fuoco. La provenienza del messaggio è il cielo, dove Gesù è salito. Con i segni del vento e del fuoco si presenta la potenza di Dio. Secondo la tradizione ebraica, al Sinai “la voce di Dio uscì e si divise in 70 lingue, in modo che tutti i popoli la udissero, e ogni popolo udì la voce nella propria lingua” (Midrash Es Rab 5,71°). Nel “midrash della parola”, la parola di Dio assume la forma di una torcia di fuoco (Tg Es 20,1).

«Ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi». Al Giordano, nel Battesimo, lo Spirito scende su Gesù (Lc 3,21s), ora viene effuso sui discepoli, che esprimono la gioia della lode. Il parlare in altre lingue può riferirsi a un linguaggio estatico fatto di suoni incomprensibili oppure alla capacità che avrebbero avuto gli apostoli nel parlare nella lingua conosciuta dai presenti o anche dalla capacità degli ascoltatori nel comprendere una parola detta non nella loro lingua. Al di là della possibile spiegazione, è certo  che la Parola è rivolta a tutti, intende incontrare ogni uomo. Il messaggio cristiano deve essere rivolto a tutti e comprensibile a tutti.

«Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua». I Giudei presenti a Gerusalemme rappresentano tutti i popoli del mondo. Un versetto di grande apertura: a partire da Gerusalemme e dalla storia di un popolo, tutti sono chiamati alla salvezza e alla lode a Dio. A Pentecoste Israele riscopre la sua chiamata: testimoniare al mondo la santità dell’unico Dio. Se a Babele l’umanità aveva conosciuto la confusione delle lingue e la dispersione su tutta la terra (Gen 11,1-9), ora qui a Gerusalemme riscopre la gioia dell’incontro, della comunione, dell’unità nella diversità.

«Siamo Parti, Medi, Elamìti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadòcia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfilia, dell'Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, stranieri di Roma, Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio». Tutti erano stupiti e perplessi, chiedendosi l'un l'altro: «Che significa questo?». Altri invece li deridevano e dicevano: “Si sono ubriacati di mosto”». Si tratta di Giudei della diaspora e di simpatizzanti della religione ebraica che si sono stabiliti a Gerusalemme. I loro paesi sono elencati per dare la sensazione di un grande raduno universale. Si ripropone ancora la leggenda giudaica, secondo la quale al Sinai sarebbero stati presenti altre nazioni (cfr Mekhilta Dt 33,2). La narrazione si chiude con una domanda: “Che senso ha un evento di tale portata?”. Una risposta affrettata potrebbe essere quella di chi mette tutto in ridicolo, di chi non si apre alla fantasia dello Spirito, di chi non è disposto a mettersi in gioco, a sfidare la novità, di chi giudica con cattiveria. Pentecoste è accettare le differenze, eliminare ogni forma di dominio, tendere alla comunione senza la pretesa dell’unanimità. “A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune” (1Cor 12,7). Quello Spirito che sta accanto a noi e ci aiuta ad osservare meglio la Parola di Gesù. Senza una conoscenza attenta della Scrittura non si può avere la pretesa di conoscere Dio.

Don Gino Faragone

 

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 07 Giugno 2019 15:39