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IV Domenica Quaresima 2020 PDF Stampa E-mail
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Venerdì 20 Marzo 2020 00:00

IV Domenica di Quaresima

Liturgia

Una cieca teologia non può vedere il volto di Dio

Anche questa domenica ci troviamo davanti ad una pagina del vangelo (Gv 9,1-41), la guarigione del cieco nato, che non ho fatto fatica a leggerla, condizionato in qualche modo dagli avvenimenti di questi giorni. A causa del coronavirus, chiuso a casa, come tutti, nell’impossibilità di svolgere quelle attività che per un presbitero sono ordinarie. Sono stato più libero, ma anche più povero. Mi sono mancate le normali attività, ma principalmente le persone, i loro volti, le voci, gli abbracci, i baci. Quelle persone che condividono con me la fatica e la gioia del credere. Ed è per voi che apro il testo di Giovanni, un testo abbastanza lungo, che si presta a molteplici interpretazioni. Nei primi secoli il racconto veniva utilizzato in funzione del battesimo in ragione dell’elemento “acqua”. A me pare che sia più evidente il rapporto peccato-malattia e l’apporto di Gesù taumaturgo. L’azione miracolosa metterebbe in particolare luce la sua identità e la sua missione. Il lettore non può non apprezzare i dialoghi molto realistici, l’ironia, il peso dell’autorità religiosa, la paura per l’esclusione dalla sinagoga.

Il brano inizia così: “Passando vide un uomo cieco dalla nascita”. Nell’interpretazione popolare la colpa per la malattia dalla nascita era attribuita ai genitori. Proviamo a conoscere meglio questo cieco. Dal racconto appare come una persona intelligente, coraggiosa e abbastanza loquace. Non sappiamo il suo nome, la sua provenienza, la sua età, ma di certo ci troviamo davanti a un soggetto interessante. Infangato mostra fiducia all’invito di un uomo di andarsi a lavare alla piscina di Siloe e va senza aspettarsi di essere accompagnato. Dichiara la sua identità e racconta i dettagli della guarigione a quelli che lo conoscevano come un mendicante. Mostra di non aver paura ad affrontare l’interrogatorio delle autorità giudaiche, dichiarando come “profeta” colui che lo aveva guarito. Affronta con un pizzico di ironia un secondo interrogatorio, fatto allo scopo di cogliere qualche incertezza, qualche contraddizione, la ritrattazione della prima dichiarazione ed egli ancora una volta dice di essere lui il cieco guarito da Gesù. Preferisce non dire di più per non rischiare la cacciata dalla sinagoga e dunque una nuova emarginazione. Si prostra poi davanti a Gesù e lo riconosce come “Signore”. Non pare molto interessato alle dispute teologiche.

La guarigione del cieco è l’aspetto narrativo più facilmente comprensibile, ma c’è anche una provocazione da parte di Gesù, che trasgredisce pubblicamente il sabato per contestarne l’interpretazione ufficiale dell’autorità giudaica. Siamo a Gerusalemme durante la festa delle capanne, una festa di pellegrinaggio che durava otto giorni. Il sacerdote scendeva alla piscina di Siloe, attingeva l’acqua lustrale da spargere sull’altare. Una festa con grande concorso di gente, un’occasione favorevole per dibattere problematiche attinenti la promozione umana. Gesù parla alla folla, che appare qui incapace ad esprimere una propria opinione, impaurita per il timore di essere espulsa dalla sinagoga. Le autorità, allora come oggi, non discutono, impongono il proprio parere, pena l’espulsione. Se uno vuol contare deve appartenere a qualche gruppo di potere. Gesù non appartiene a nessun gruppo e dunque non ha autorità per l’esatta interpretazione della legge. Servono poco le argomentazioni del cieco guarito che si affida al buon senso. Ma per i Giudei egli “è nato nei peccati” e non ha titolo per esprimere pareri. La sentenza per il cieco guarito è la scomunica.

“Va’ a lavarti”: un imperativo facilmente comprensibile per un vedente, ma non per il cieco, che però ugualmente obbedisce senza discutere e senza rimandare a dopo l’esecuzione. E’ un appello alla sua responsabilità e un atto di fiducia.

Gesù esce di scena per lasciare al cieco guarito lo spazio necessario per diventare protagonista del suo cammino di fede. La guarigione del cieco complica la vita di tutti. Sparisce il taumaturgo e il testo presenta un dibattito davvero interessante sull’identità del cieco e sull’identità del guaritore. L’uomo guarito ripetutamente testimonia ciò che gli è successo e svela gli interrogative che vanno oltre il miracolo. Senza risposta rimane l’interrogativo iniziale dei discepoli: “Chi ha peccato lui o i suoi genitori?”.  E così appare un mondo popolato di gente, che fugge dalla realtà, che non intende lasciarsi coinvolgere. Appaiono anzitutto quelli che lo avevano visto prima, andare da solo a lavarsi alla piscine, ma essi continuano a parlare del cieco ricordandolo nella sua attività di mendicante. Per alcuni rimane l’interrogativo sull’identità del guarito: uno che gli assomiglia. Anche per I genitori il cieco rimane tale. Più complesso appare il rapporto con I farisei, che interrogano il cieco sull’identità del guaritore e sulle modalità della guarigione. Passa in secondo piano il racconto del miracolo, sempre più accorciato, per lasciare più spazio all’dentità di Gesù. Molto significativo è l’ultimo intervento dell’uomo guarito: “Proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi”. Un racconto che non nasconde un atteggiamento protettivo nei confronti di Gesù: l’uomo guarito Evita di parlare del sabato e di alcuni dettagli del miracolo. Viene fuori così la domanda centrale della narrazione e di tutto il vangelo: “Dov’è questo tale?”. Il riferimento chiaramente è nei confronti di Gesù.

Davanti all’incomprensione di quanto è successo, il cieco vedente viene condotto dai farisei, per un parere da parte dell’autorità competente. Ed ecco fuori la domanda: “Può Dio manifestarsi in uno che non osserva il sabato?”. Si noti l’insistenza del fango, azione proibita di sabato. I farisei cercano in tutti I modi di affrontare questo problema: mettono in dubbio l’identità del cieco e la sua malattia, indagano sulle modalità di guarigione utilizzate da Gesù, per concludere alla fine che l’intervento di Gesù non può essere attribuito a Dio, perchè vietato dalla legge mosaica.

L’interrogatorio con I Giudei.

In questa sezione (vv.24-34) sono presenti diverse tecniche narrative, come l’ironia, il paradosso, il fraintentimento. Le scene finali sembrano più veloci: dopo l’esito negative dell’incontro con I genitori del cieco guarito, I farisei convocano di nuovo il miracolato, questa volta in un clima ben diverso e ostile. Cercano di convincere il miracolato ad assumere una posizione contraria a Gesù, facendo notare la sua peccaminosità e la sua lontananza da Dio. Non nascondono così la loro religiosità e il rifiiuto di Gesù. Le ripetute domande sulle modalità della guarigione manifestano il tentativo di scoprire qualche trasgressione all’osservanza del sabato o di far cadere in contraddizione il testimone, che così risponde: “Ve l’ho già detto e non mi avete ascoltato: perchè volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?”. La risposta del cieco guarito costituisce il vertice dell’ironia: se I Giudei hanno tutta questa voglia di ascoltare ancora una volta la narrazione della guarigione è perchè forse vorrebbero diventare anch’essi discepoli di Gesù. La domanda apparentemente ingenua del cieco guarito è una forte provocazione. Arriva fulminea la risposta dei Giudei offensive nei confronti dell’uomo guarito e molto categorica nel difendere la propria religiosità. Si apre a questo punto uno spiraglio per il lettore che non fa fatica a stare dalla parte del cieco guarito, apprezzando le sue argomentazioni. La reazione dei Giudei si fa violenta, accompagnata da sarcasm: “Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?". E lo cacciano fuori. Aggiungiamo qualche considerazione; i Giudei si rifiutano di accettare la verità dei fatti, su argomentazioni di ruoli e interpretazioni religiose. Anche oggi non sono pochi quelli che ritengono di avere ragione per il ruolo che ricoprono all’interno di una comunità o per presunti motivi dottrinali. Ma non sarebbe più semplice accettare la verità dei fatti e superare l’argomento del peccato e la presunta superiorità di Mosè?

Conclusione

Ricompare Gesù che invita l’uomo guarito ad esprimere la sua fede, riconoscendo così valido il suo percorso: “Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori, e incontratolo gli disse: "Tu credi nel Figlio dell'uomo?". Egli rispose: "E chi è, Signore, perché io creda in lui?". Gli disse Gesù: "Tu l'hai visto: colui che parla con te è proprio lui". Ed egli disse: "Io credo, Signore!". E gli si prostrò innanzi”. Sorprende non poco la frase di Gesù: “Tu l’hai visto”, perché il lettore attento sa perfettamente che in realtà il cieco dopo la guarigione non si è ancora incontrato con Gesù. E allora che valore dare al verbo “vedere”? Dobbiamo fare ricorso a un valore simbolico che anticipa l’ascolto della voce del capitolo successivo delle pecore che riconoscono il pastore appunto dalla voce. Detto in altre parole: c’è un vedere che oggi deve fare ricorso alla voce, alla parola contenuta nella Scrittura, da ascoltare e leggere all’interno di una comunità. A questo punto non è difficile per il lettore condividere l’esperienza del cieco nato, ripartire dalla cecità innata, per leggere meglio il progressivo cammino di fede. Si tratta allora di un “vedere”, che può partire dal buio prima della creazione per arrivare alla luce piena che non conosce tramonto, ovvero allo stesso Dio. Sì, un Dio amore che comunica amore, ovvero se stesso. Un Dio che si manifesta nelle dinamiche delle relazioni, più che nella staticità dell’Essere. Un Dio che nella sua Kenosis compie un percorso di svuotamento per entrare in relazione con noi, diventa sempre più piccolo per incontrare ognuno di noi. La creazione diventa non il suo gesto più grandioso, ma l’atto di grande umiltà, di farsi sempre più piccolo, per entrare in relazione con noi. Gesù è colui che manifesta questo immenso amore di Dio, Se ora rileggiamo il testo, possiamo costruire meglio la rete di relazioni. Questo cieco ha un nome, il mio, una storia parzialmente conosciuta, meglio se taciuta. “Gesù vede un cieco dalla nascita”. Gesù vede quello che gli altri si rifiutano di vedere, quello che è stato scartato, cacciato fuori, dimenticato. Gesù si ferma per incontrarsi con me, non gli importa niente del mio peccato, vuole incontrarsi con la mia sofferenza. Si avvicina e compie un gesto che richiama la prima creazione. Mi riconosco in quell’Adam, che oltre alla fragilità del fango possiede un qualcosa di divino. Vedo in me quelle capacità che sono evidenziate nella presentazione del cieco: l’intelligenza e il coraggio nell’affrontare il dibattito con i rappresentanti della religione. Come il cieco mi fido di Gesù, anche se devo faticare più degli altri per raggiungere la piscina e lavarmi. Rinasco e da subito gusto la gioia dell’annuncio e della testimonianza. Non mi serve il bastone dell’università per poter contare sul mio futuro: mi basta la sua parola. E così per tanti anni sono stato servo di quella parola che ho annunciato da una cattedra, dagli studi televisivi, dal giornale, dall’ambone. Libero e servo solo della parola, che ha legittimato da sempre il mio ministero. Spero di non venir meno all’impegno che ho assunto, sostenuto dal calore e dall’affetto di una comunità che da subito ha colto la mia sofferenza. Passa in secondo piano l’apertura della chiesa, un vero miracolo ai nostri tempi, gioia per gli abitanti del quartiere: una costruzione, ancora da completare, a servizio dell’intera comunità ecclesiale. E i farisei di oggi che cosa fanno? Continuano a discutere sulla quantità del fango e sull’osservanza del sabato.

Don Gino Faragone

 

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 20 Marzo 2020 21:46