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IV Domenica Pasqua 2019 PDF Stampa E-mail
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Venerdì 10 Maggio 2019 00:00

IV Domenica di Pasqua

Liturgia

Cogitor ergo sum

Inizio questa mia riflessione da un’espressione di K. Barth: “Cogitor ergo sum” (sono pensato, dunque esisto). La vita può essere apprezzata in rapporto al pensiero: valgo se sono un essere pensante, valgo se sono pensato, ovvero ricordato, apprezzato, stimato, riconosciuto nel ruolo, amato. Valgo se mi si riconosce la libertà di pensiero, se non mi si impedisce di cercare la verità, che non si identifica con una dottrina, che non può essere formulata con un linguaggio incapace di comunicare. Se vogliamo restare sull’immagine utilizzata dalla liturgia odierna, non possiamo non concordare che siamo ben lontani dal comprendere la situazione del rapporto tra pastore e gregge descritta nel testo liturgico. E poi mal sopportiamo di essere rappresentati come pecore. Non possiamo continuare a presentare un messaggio, anche se desunto da testi biblici, senza tener conto delle continue evoluzioni del linguaggio. Le parole di Gesù non sono più comprensibili come lo erano ai suoi tempi in Palestina.  E’ facile rifugiarsi nella ripetitività, segno di pigrizia mentale, di grave ignoranza. Davvero oggi siamo attrezzati di tanti strumenti che ci permettono una intelligente operazione di rinnovamento: occorre il coraggio di usarli a partire dai seminari e dalle nostre facoltà teologiche.

Oggi, domenica del “Buon Pastore”: in tutti i tre anni del ciclo liturgico ci viene presentata l’immagine del Pastore bello, buono, che non nasconde il suo appassionato amore verso il suo gregge. Il brano del vangelo è preso dal capitolo 10 di Giovanni, così suddiviso: ruolo del vero pastore, rapporto tra pastore e pecore, ancora questo rapporto in relazione al Padre. Un discorso duro quello proposto da Gesù da suscitare una reazione grave da parte dei Giudei, che portano delle pietre per lapidarlo. Come si può notare, il contesto narrativo mostra una sempre più crescente opposizione dei Giudei nei confronti di Gesù. Faremmo bene perciò a evitare una lettura pacifica e rasserenante del brano. I Giudei si avvicinano a Gesù non perché interessati alla sua persona, alla sua predicazione, ma per trovare un motivo sufficiente per farlo arrestare e condannare. Siamo in una giornata d’inverno, durante la celebrazione della festa della Dedicazione del Tempio, che ricorda la liberazione di Gerusalemme dall’occupazione straniera. Viene proposta la lettura del testo di Ezechiele (cap. 34) sui pastori indegni, unicamente intenti a occuparsi dei loro sporchi affari e della scalata al potere,  e sulla promessa del vero pastore, che non abbandonerà il suo gregge. Gesù indica una nuova strada per incontrarsi con Dio, non necessariamente attraverso i sacrifici degli animali. La sua predicazione non può non richiamare l’attenzione dei Giudei, anche perché accompagnata da segni prodigiosi come la guarigione di un cieco nato, la risurrezione di un uomo morto da tre giorni. La domanda dei capi dei Giudei è esplicita: “Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente”. Gesù non può non rispondere.

«Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono». Inizia così il testo liturgico di oggi (Gv 10,27-30). Ascoltare comporta un atto di responsabilità, di sequela, di fiducia, di condivisione. Ascoltare non è un esercizio semplice, facile, lo si apprende nel silenzio, quando si è costretti in qualche modo a fare i conti su ciò che ti rimane dopo avere speso i migliori anni della vita. Il silenzio: luogo privilegiato di ascolto, di noi stessi anzitutto, delle amarezze e non poche che hanno accompagnato il percorso accidentato della nostra vita. Sì, ci rimane il silenzio popolato da tante immagini scomposte, dissociate, incomprese, che sembrano interrogarci in attesa di una risposta che non ci sarà mai. Il silenzio, che come in una seduta psicanalitica, fa riemergere con prepotenza episodi che non siamo riusciti a seppellire, fragilità che ci hanno segnato e che ci guardiamo bene da comunicare. Silenzio che ci richiama l’immagine dell’ Agnello muto davanti ai suoi tosatori, mentre viene condotto al macello (cfr Is 54,7). Sì, il silenzio: momento magico per imparare a distinguere i suoni, le tonalità di voce, le parole, la loro provenienza. “Ascoltare la voce”: risposta ad una chiamata, disponibilità alla sequela, in ragione dell’emozione, della passione d’amore che la parola comunica.  « Shema’ Israel! Adonài elohénu adonài ehàd». Ascolta Israele! Il Signore è il nostro Dio (Deut 6,5),) è l’invito incessante di un Dio sposo alla sua sposa, perché segua le dinamiche della parola: silenzio, voce, suono, labbra, lingua, cuore. E’ un rapporto d’intimità totale quello che la parola stabilisce tra colui che parla e colui che ascolta. Si noti nel testo la forza degli aggettivi possessivi: “mie” pecore, “mia” voce, che stanno ad indicare appartenenza, proprietà. Le pecore gli appartengono e per loro rischia la sua vita. Chi ama non ha bisogno di far ricorso ad un decreto per farsi ascoltare. “Io le conosco ed esse mi seguono”: quando c’è una conoscenza profonda, intima, sponsale, allora c’è anche una sequela. Le pecore ascoltano Gesù, perché si sentono amate, conosciute personalmente, protette. Gesù utilizza le immagini di tenerezza del profeta: “Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata” (Ez 34).

«Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano»: un gesto supremo d’amore. Una mano delicata e forte, una mano che tocca e guarisce, una mano che rialza, una mano che si apre per offrire il pane della vita, una mano che porta i segni del martirio, una mano benedicente, una mano che ti stringe e ti accompagna nel duro cammino della vita, una mano che non ti fa sentire solo. All’altare della reposizione, quest’anno, i fratelli della comunità “Gesù ama” hanno voluto sottolineare la potenza del braccio di Gesù, anche se inchiodato ad una croce, un braccio teso, allungato per offrire accoglienza ai naufraghi. Legno di croce e legno di barca, segni di sofferenza, ormai una sola realtà. Nel mistero del dolore non occorrono parole, c’è bisogno di una mano che ti stringa, ti faccia sentire al sicuro, ti infonda coraggio. Davvero bella la missione della Chiesa che può ripetere ai figli che ha generato nelle acque del battesimo: “Nessuno ti strapperà dalle mani di Dio”! Un annuncio che ci aiuta a superare l’angoscia e la paura di perdere la vita, di perdere la propria stima:“Anche se vado per una selva oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza” (Sal 23,4).

«Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola». Si ripresenta l’immagine del lupo che attenta alla vita delle pecore, ma esse sono al sicuro, perché difese e protette dal pastore, pronto sempre a sacrificarsi a favore del gregge. Le mani di Dio Padre sono mani forti, che guidano, accarezzano, custodiscono, asciugano le lacrime dal viso. Nessuno ci strapperà da questo amore, neppure la tribolazione, la fame, la nudità: “In tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati” (Rom 8,37). Gesù sottolinea la sua profonda unità con il Padre.

Concludo con un augurio per quelli che nella Chiesa svolgono il ruolo di pastori: se non vogliamo essere dei burocrati, dei funzionari del sacro, più interessati alla religione piuttosto che all’uomo, dobbiamo vivere in relazione, stare con la gente, vivere sul serio le problematiche delle persone, far di tutto perché nessuno si perda.

Don Gino Faragone

 

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 10 Maggio 2019 20:40