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II Domenica Quaresima 2019 PDF Stampa E-mail
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Giovedì 14 Marzo 2019 00:00

II Domenica di Quaresima

Liturgia

Non serve una tenda sul monte

Questa domenica è il monte il luogo dove potere sperimentare l’incontro con la gloria di Dio, con il volto splendente di Gesù. Un luogo pieno di mistero, di silenzi, di luce particolare, di venti impetuosi. Un luogo dove si può ascoltare meglio un Dio che parla, che manifesta il suo splendore. Il monte è il luogo dove Mosè ed Elia incontrano e ascoltano Dio. Il libro dell’Esodo dice che Mosè, insieme ad Arone, Nadab e Abiu, in rappresentanza del popolo, salgono sul monte e qui Mosè vede la gloria di Dio (24,1-3). Anche Gesù sale sul monte, insieme con Pietro, Giacomo e Giovanni, in rappresentanza della nuova comunità messianica, gli stessi che sono stati testimoni della risurrezione della figlia di Giairo (Lc 8,51). Il monte appare come luogo della parola: parla Gesù con il Padre nella preghiera, parla il Padre che rivela in Gesù il suo figlio, parlano Mosè ed Elia dell’esodo di Gesù, parla anche Pietro, che piuttosto imbarazzato esprime la sua meraviglia e il tentativo di fermare la storia. E’ assolutamente necessario dunque salire sul monte se si vuole ascoltare la rivelazione di Dio, ma sul monte non si può restare, non si possono piantare le tende. Occorre scendere dal monte, annunciare la Parola ascoltata, mettersi in ascolto di un’altra parola, che spesso è un grido di dolore, una denuncia di povertà, una richiesta di giustizia. Non ci si può illudere di vivere di Dio, se non si è disposti ad ascoltare un’umanità sofferente. Tabernacolo di Dio è quel luogo assordante, anonimo, dove molti si rifugiano per scappare da un anonimato sterile, da una vita senza senso.

La liturgia di oggi ci presenta l’evento della Trasfigurazione di Gesù (Lc 9,28-36), un’esperienza mistica difficilmente spiegabile con linguaggio umano. Il genere letterario del testo sembrerebbe quello apocalittico e dunque pseudonarrativo. Si possono individuare accostamenti con le teofanie dell’esodo, con le visioni di Daniele, con i racconti delle apparizioni pasquali. A parte queste difficoltà narrative, nella trasfigurazione di Gesù possiamo intravedere l’esito finale di ciò che ci attende: “Cristo trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso” (Fil 3). E’ bello, nonostante tutto il marciume che ci sta attorno, sapere che questo nostro corpo è chiamato alla gloria, alla gioia, alla bellezza. Un corpo fragile rivestito di luce divina. Questo è vangelo da annunciare a tutti e non solo con le parole. I discepoli dopo l’evento della Trasfigurazione possono comprendere meglio chi è Gesù, ma devono far di tutto per comprendere meglio anche l’uomo.

«Circa otto giorni dopo questi discorsi, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare». La narrazione comincia con il riferimento all’ottavo giorno, il giorno della risurrezione, giorno in cui il Signore mangia con i suoi discepoli e spiega loro le scritture. I discorsi a cui fa riferimento il testo sono gli annunci di passione di Gesù, che deludono e sorprendono non poco gli apostoli. E’ necessario un momento di ascolto, una pausa, una verifica. Un vero maestro sa trovare il tempo per un incontro, lontano dagli sguardi indiscreti. La Trasfigurazione sarebbe così un modo per rincuorarli. Croce e gloria devono essere strettamente connesse. Gesù si avvia sul monte in compagnia degli apostoli prediletti. Essi devono scoprire che i sentieri proposti da Dio per la gloria dell’uomo sono pieni di difficoltà e non accompagnati da successi facili. Come già il Sinai, il Carmelo poi, ora è questo monte, non precisato geograficamente, che diventa luogo di preghiera, di manifestazione di gloria. Come il battesimo anche questo momento è vissuto nella preghiera.

«Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme». La preghiera introduce l’esperienza mistica della trasfigurazione, che Luca descrive con una circonlocuzione, senza esplicitare il verbo “trasfigurare”, probabilmente per evitare l’accostamento con le metamorfosi delle divinità pagane alle quali potevano assimilare Cristo. Il richiamo al volto allude all’esperienza di Mosè al Sinai, sul quale si riflette la gloria di Dio. La veste “candida e sfolgorante” esprime la trascendenza e la gloria di Gesù. Il volto luminoso e la veste candida annunciano la partecipazione di Gesù alla vita divina. Appaiono ora i due personaggi più noti della storia biblica: il legislatore Mosè e il profeta Elia, come testimoni dell’evento. Anch’essi avvolti nella luce s’intrattengono con Gesù parlando del suo prossimo esodo. Entrambi questi personaggi, come presto lo sarà per Gesù, prima della gloria hanno conosciuto l’amarezza del rifiuto e della persecuzione. Gli stessi, rapiti in cielo, anticipano l’ascensione del Cristo. In questa maniera la trasfigurazione precorre la sorte del figlio dell’uomo, è anticipazione della risurrezione e ascensione di Gesù.

«Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui». Viene registrata anzitutto la fragilità degli apostoli che si addormentano. Atteggiamento che richiama l’esperienza nell’orto del Getsemani: anche lì si addormenteranno. Occorre ben altro per comprendere il piano di Dio, occorrono anzitutto vigilanza e preghiera. Gli apostoli sono presenti alla visione, ma non comprendono il contenuto del dialogo, ovvero l’esodo di Gesù che dovrà compiersi a Gerusalemme.

«Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: “Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Egli non sapeva quello che diceva». Fortemente imbarazzato, interviene Pietro che estasiato dalla visione vorrebbe in qualche modo fermare il tempo, rimanere a godere la gloria sul monte. Davvero superficiale l’atteggiamento di Pietro che gode di una visione senza poi avere faticato un po’, senza alcun impegno da parte sua. Vorrebbe entrare subito in questa dimensione di gloria senza pensare agli altri discepoli.

«Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”». Scompaiono i due uomini e la visione continua con la presenza di una nube, che segnala la presenza di Dio e avvolge anche gli apostoli, che hanno paura. Nel Primo Testamento troviamo la presenza della nube in Es 19 e 24 dove si narra di Mosè sul monte coperto dalla nube  e poi in Es 40 dove la nube non permette a nessun uomo di entrare nella tenda del convegno, perché sede della gloria di Dio. Ritroveremo ancora la nube nella narrazione dell’ascensione per nascondere Gesù agli occhi degli apostoli (At 1,9). La voce che esce dalla nube presenta Gesù agli apostoli, con un rimando preciso al suo battesimo (Lc 3,22). Il messaggio principale è che Gesù è il “Figlio” di Dio, l’eletto, il “servo sofferente” descritto in Is 42. La passione di Gesù diventa così premessa necessaria della risurrezione, come lo stesso Gesù ricorderà ai discepoli di Emmaus (Lc 24,26). La rivelazione si chiude con l’invito ripreso da Dt 18,15 di dare ascolto al nuovo legislatore, al profeta escatologico, a Gesù Figlio di Dio. L’unico da ascoltare è solo Gesù. Per sempre.

«Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto». Scompaiono Mosè ed Elia, cessa la voce, resta solo Gesù davanti agli apostoli. Nessun commento all’evento, nessuna pubblicità. Il silenzio fa comprendere meglio l’esperienza vissuta. Il monte, la preghiera, la Parola hanno aiutato gli apostoli a trasfigurare il loro sguardo, li hanno reso capaci di vedere oltre ciò che appare, li ha incoraggiati a non arrendersi davanti alle difficoltà. Parleranno del Trasfigurato dopo che lo hanno visto “sfigurato” (cfr Is 52), appeso ad una croce. Ci trasferiamo al sepolcro vuoto per assistere ad una scena parallela: sono presenti tre donne (Maria di Magdala, Giovanna, Maria di Giacomo) e due uomini in vesti splendenti che annunciano la risurrezione di Gesù. Ora tocca a noi ricomprendere il vangelo alla luce del messaggio di Gesù, imparare a vedere nel profeta umiliato il testimone fedele a Dio, intravedere dall’alto della croce uno squarcio della gloria futura che ci attende.

Don Gino Faragone

 

 

Ultimo aggiornamento Giovedì 14 Marzo 2019 19:46