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Sabato 01 Dicembre 2018 00:00

I Domenica di Avvento

Liturgia

Per chi suona la campana?

La campana suona, si riparte. Il cammino ha una meta precisa: la manifestazione della misericordia di Dio. L’immagine del cammino è molto presente nel salmo responsoriale di questa prima domenica d’avvento, una supplica molto intensa: “Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Buono e retto è il Signore, indica ai peccatori la via giusta, insegna ai poveri la sua via. Tutti i sentieri del Signore sono amore e fedeltà” (Sal 25). Abbiamo dunque bisogno che qualcuno, come già Giovanni il Battista, ci indichi la via per andare incontro al Signore, che è già venuto. Sì, lui è già venuto, ma il mondo aspetta che i cristiani manifestino nella loro vita la sua presenza. E’ il cristiano che stenta a nascere ed è lui che aspettiamo. E’ molto importante fin dall’inizio dell’anno liturgico precisare il senso del nostro cammino, conoscere la meta, sapere chi sono i nostri compagni di viaggio, con i quali dobbiamo condividere difficoltà e gioie, fatiche e riposo. Non camminiamo verso il nulla, siamo i cercatori di Dio, i testimoni della speranza di una vita nuova.

Questa prima domenica ci proietta verso la seconda venuta di Cristo, quando si manifesterà nella sua gloria. Ed è questo il senso del nostro avvento. Il testo di Luca, che ci accompagnerà durante tutto l’anno, parla di questa venuta e lo fa con stile apocalittico, ricorrendo alle immagini di guerre, devastazioni, catastrofi naturali, distruzione del mondo. Tutto ciò non per ingenerare paure, ma, secondo lo stile orientale, ricordare che davanti a Cristo tutto assume un significato nuovo ed anche il mondo conoscerà una fine in attesa dei “cieli nuovi e una nuova terra”. Così come abbiamo trovato in Marco, anche in Luca l’occasione del discorso escatologico inizia dalla lode che alcuni facevano del tempio di Gerusalemme. Gesù annuncia che il tempio sarà distrutto e che vi saranno alcuni segni premonitori come le guerre, le persecuzioni dei discepoli di Cristo, l’assedio e la distruzione di Gerusalemme.

Il brano del vangelo (Lc 21,25-28.34-36) presenta il ritorno glorioso di Gesù e una intensa esortazione alla vigilanza. «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore dei mari e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte». La vendetta su Gerusalemme scuoterà le fondamenta del mondo intero. Siamo di fronte a un ritorno al caos, tema abbastanza noto nella Bibbia fin dalle prime pagine. Ricordiamo il severo monito di Amos che pone a ragione di un’altra fine del mondo la violazione del diritto da parte di Samaria: “Essi trasformano il diritto in assenzio e gettano a terra la giustizia. Colui che ha fatto le Pleiadi e Orione, cambia il buio in chiarore del mattino e il giorno nell’oscurità della notte”(Am 5,7s). Si noti bene: causa della rovina e del caos è il non avere osservato il diritto. I segni cosmici sono la conseguenza della violazione della giustizia. Stiano bene attenti coloro che calpestano la dignità delle persone, che utilizzano il loro mandato abusando del loro potere: potranno anche ricoprire incarichi superiori, ma dovranno indossare per tutta la vita la maschera dell’ipocrisia e della falsità. E’ triste dovere registrare la loro presenza anche nelle nostre istituzioni religiose. La conseguenza di tale comportamento è l’ansia e l’angoscia.

«Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande». La profezia di Daniele (7,13), in origine con significato collettivo, viene da Gesù applicata a se stesso, introducendo il tema della sua seconda venuta, gloriosa e potente, in chiaro contrasto con quella più umile  a Betlemme. La nube, che qui ha un significato teologico e rimanda al mondo divino, è stata ricordata al momento della trasfigurazione (9,34) e la ritroveremo all’ascensione (At 9,11).

«Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina». Gli avvenimenti catastrofici descritti prima diventano una esortazione alla speranza e un incoraggiamento. Il giudizio di Dio su Gerusalemme è in ragione dell’accoglienza o del rifiuto di Gesù. Uccidere un profeta non passa inosservato: non accogliere la sua parola, il suo insegnamento, il suo modo di interpretare la legge, la sua apertura agli ultimi segneranno la distruzione del tempio. Si ripete la vicenda di Geremia: il tempio di Salomone viene distrutto perché non si è dato ascolto al profeta. E’ possibile anche un suggestivo confronto tra Geremia e Gesù: Geremia condannato a morte riesce a fuggire in Egitto, dove nessuno ha mai visto la sua tomba né il suo corpo; Gesù esce dalla morte e nessuno trova più il suo corpo.

«State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso». Un invito alla concretezza, a guardare in basso, ai problemi esistenziali. L’attesa non può essere pensata come un tempo vuoto, né occupata da preoccupazioni che distolgono il cuore da ciò che è essenziale.  Perché la fine sia segno di salvezza, occorre investire tutto sul tempo di oggi.

«Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo». L’esortazione continua con l’invito alla veglia e alla preghiera da utilizzare ogni giorno per affrontare l’evento della venuta del Signore. In attesa della nascita del cristiano che è in me, alziamo lo sguardo verso Cristo e accogliamo da lui l’invito a un cambiamento radicale di mentalità, a lasciarci disturbare.

Chiudo con l’immagine ripresa dalla prima lettura, quella del “germoglio giusto”, segno di una vita futura aperta alla speranza. Alziamoci dunque e andiamo alla ricerca del germoglio se vogliamo ancora vivere.

Don Gino Faragone

 

 

Ultimo aggiornamento Sabato 01 Dicembre 2018 14:18