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Cristo Re 2020 PDF Stampa E-mail
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Venerdì 20 Novembre 2020 00:00

SOLENNITÀ DI CRISTO RE

Liturgia

La compassione: materia obbligatoria per l’esame finale

La solennità di Cristo Re chiude l’anno liturgico. Un anno segnato da vicende che hanno modificato il nostro stile di vita, hanno condizionato i nostri rapporti, hanno evidenziato gli aspetti più fragili della nostra esistenza. Quanti interrogativi, quante riflessioni nei tanti momenti di isolamento che ci hanno imposto!

Il titolo di “re” va ricompreso alla luce dell’esperienza, del messaggio annunciato da Gesù, dal suo trono di gloria, innalzato sulla croce. Egli è acclamato “re” quando entra povero a Gerusalemme e sulla croce manifesta il suo più grande gesto d’amore per tutti gli uomini. Il suo potere si esprime nel servizio reso a tutti, specialmente agli ultimi. Gesù è cercato e acclamato dalla folla, ma il suo sguardo si ferma su Zaccheo, sull’emorroissa che gli tocca il mantello, su Nicodemo, su Pietro. Gesù parla alle folle, ma cerca di incrociare lo sguardo di ogni persona. Si mostra molto duro solo nei confronti di quanti sfruttano i poveri e dei farisei per la loro grettezza mentale e per la strumentalizzazione della religione. Gesù è a servizio della verità e non di una dottrina fatta passare come verità.

Una bella immagine di re si trova nel testo di Ezechiele, il profeta dell’esilio babilonese, che denuncia e condanna i re, “pastori d’Israele”, che hanno sfruttato il popolo e non si sono curati delle pecore: “Io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura; le passerò in rassegna e le radunerò; le condurrò al pascolo e le farò riposare; andrò in cerca della pecora perduta, fascerò quella ferita e curerò quella malata; avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia” (cfr Ez 34,11-17). Il Signore si manifesta come il vero pastore d’Israele, particolarmente interessato al benessere del gregge. Si notino i numerosi verbi che sottolineano la premurosa e amorevole attenzione del nostro Dio a beneficio del gregge. La frase finale del testo di Ezechiele apre la scena del grandioso affresco di Matteo: “Io giudicherò tra pecora e pecora, tra montoni e capri”. Un affresco bene evidenziato in tante cattedrali, che mette insieme l’immagine di un Gesù seduto su un trono e la sua stessa immagine identificata con i poveri e gli emarginati del mondo. Per lui, la compassione è il metro per misurarsi con le persone, perché è l’unico modo per assomigliare a Dio, “il misericordioso”. Il messaggio è abbastanza chiaro: saremo giudicati unicamente sull’amore, sui gesti concreti di benevolenza nei confronti dei “piccoli”, i bisognosi di cibo, di cure, di un tetto. Non dovrebbe sorprenderci che nel giudizio finale la compassione è il criterio principale e unico per la valutazione della nostra vita. In qualche modo siamo fortunati, perché le domande sull’esame finale le conosciamo in largo anticipo. L’invito che l’evangelista Matteo rivolge alla sua comunità vale anche per noi: unire alla tensione spirituale per il futuro un preciso impegno d’amore nella vita quotidiana.

Il testo di oggi (Mt 25,31-46) conclude il discorso apocalittico-escatologico, con la ripresa di alcuni temi già trattati precedentemente, quali la venuta del Figlio dell’uomo, gli angeli inviati per il raduno delle genti, la separazione tra buoni e cattivi, l’immagine del “supplizio eterno” e del “fuoco” come giudizio. Il brano va letto tenendo conto delle due parabole precedenti, quella delle dieci vergini e quella dei talenti. Sorprende davvero questo ultimo insegnamento di Gesù: mentre egli si avvia alla morte, esorta i discepoli a costruire oggi un regno di giustizia e di compassione.

«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra». Il brano comincia con una solenne presentazione del Figlio dell’uomo come Re e Giudice, che richiama le teofanie del Primo Testamento, come in Zc 14,5 e Dan 7,13s. Tutti i popoli sono chiamati a stare davanti a Gesù, il misericordioso. Nessuna differenza dunque tra i popoli, tra le religioni, i culti. La prima azione del Giudice è la separazione, come già anticipata nel testo di Ezechiele, tra le pecore e i capri. Solo il Cristo può separare e mostrare senza finzione alcuna, la vera identità dell’uomo.

«Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”». Il testo non si sofferma sui dettagli di un giudizio, ma evidenzia l’atteggiamento assunto nei confronti di chi soffre, degli affamati, assetati, forestieri, nudi, malati, carcerati. Criterio di valutazione non è l’aspetto religioso della vita, la nostra relazione con Dio, ma il rapporto con i poveri. Non si tratta di un processo, ma di una sentenza emessa dallo stesso Giudice che s’identifica con tutti i poveri e bisognosi: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». Quando ci avviciniamo a un povero per aiutarlo, ci avviciniamo a Gesù. La sorte nostra è segnata dal riconoscimento e dall’accoglienza di Gesù nella relazione che stabiliamo con il povero. Non è rilevante sapere che Gesù s’identifica con il bisognoso, l’importante è accorgersi che c’è uno che ha bisogno e noi l’aiutiamo. A coloro che lo hanno accolto e aiutato, definiti come “benedetti del Padre”, il Re consegna in eredità il Regno.

«Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”». Questa è la sentenza per quelli che stanno alla sinistra, per quelli che si sono maledetti chiudendosi alla vita, chiudendo gli occhi davanti ai bisogni dei derelitti. Se non vogliamo essere destinatari di questa sentenza, bisogna salvare gli ultimi, occorre uscire dalla logica che crea gli ultimi.

Come si può notare, l’evangelista non si sofferma a descrivere minuziosamente il processo finale con relativa sentenza. Sembra più interessato a quel dialogo che illumina il nostro presente, che suggerisce come affrontare oggi la povertà e le malattie nel mondo. Non offre spazi per un dibattito, ma va deciso verso un comportamento che ci vede o pieni di compassione o di indifferenza totale. Chi parla è il Giudice, che s’identifica con tutti i bisognosi. Non si può vivere ansiosi in attesa dell’ultimo giorno: possiamo già collocarci o a destra o a sinistra in ragione di una scelta che ci vede accanto o no ad un povero. Oggi decidiamo di stare vicino o lontano da un povero, ovvero dal Cristo.

Non è facile ricostruire il racconto originale di Gesù: nella scena presentata da Matteo s’intravede con chiarezza il verdetto finale sulla storia umana. Sono presenti popoli di ogni razza, di tutte le religioni; sono evidenziati due schieramenti, alcuni per la benedizione, altri per la maledizione. La sorte finale non è dettata dalla religione praticata, ma dalla compassione nei confronti di chi ha bisogno. Il linguaggio è molto concreto: si parla di pane, acqua, vestiti, casa, assistenza. La sentenza finale del Giudice è un grido d’aiuto di Gesù rivolto a tutta l’umanità, per ricostruire la vita sullo statuto della compassione.

Una parola alla mia Chiesa. Da duemila anni che parliamo d’amore, abbiamo scritto tante belle pagine sull’amore, abbiamo realizzato anche tantissime strutture di servizio per i bisognosi. Qui, nel nostro testo, non si parla d’amore, ma di gesti concreti da compiere oggi. Anche le nostre Chiese son diventate povere per via del Covid 19 e per le conseguenze anche economiche di questo virus. La povertà non si affronta dietro una scrivania, in ragione di “carte in regola”. Non possiamo discriminare i poveri: essi non possono attendere.

Una parola alla mia gente. Non occorre cercare i poveri: sono tanti e sono vicino a noi. Non possiamo neppure pensare di risolvere il problema della povertà con qualche soldo in più offerto nelle varie collette che si organizzano. Il denaro se non esprime profonda solidarietà e compassione non vale niente. In ebraico l’elemosina è chiamata “sedaqah”, che significa “giustizia”. Se facciamo dunque davvero l’elemosina, stiamo tentando di fare giustizia in nome di Dio. Davanti alle tante ingiustizie, occorre fare una sana politica, schierandoci dalla parte dei poveri. Non si è generosi se non si è giusti. Non si è giusti se non riconosciamo i diritti di tutti.

Don Gino Faragone

 

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 20 Novembre 2020 18:41