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Corpus Domini 2020 PDF Stampa E-mail
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Venerdì 12 Giugno 2020 00:00

Corpus Domini

Liturgia

Pane, carne, sangue: storia della passione del nostro Dio

Una festa in tono minore, senza le manifestazioni pubbliche a causa della pandemia del coronavirus, quella che la Chiesa celebra oggi. Penso in modo particolare alla mia infanzia, alla processione che in questo giorno al mio paese, a Casteltermini, si svolgeva con la partecipazione di tutti i ceti: a casa non restava nessuno, perché tutti cercavano di rendere omaggio alla presenza del Signore nel segno del pane. Ma anche a Sciacca si coglie la gioia del ritrovarsi come popolo attorno all’Eucarestia, presenza misterica che ci rimanda al sacrificio di Gesù sulla croce e alla sua manifestazione come cibo di vita eterna. Il suo gesto d’amore deve essere colto in un segno semplice, un pane da mangiare, carne da masticare, come sottolinea il verbo greco trogon. Gesù si presenta come cibo vero per consentirci un cammino verso la libertà. Il rimando qui è all’esperienza dell’esodo che la liturgia richiama con il testo di Dt 8.

«Mosè parlò al popolo dicendo: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi”». Il testo è presentato come discorso finale di Mosè, il quale invita il suo popolo a far tesoro della lunga esperienza del deserto, delle numerose prove non sempre comprese. La mancanza di pane, di acqua, i serpenti velenosi devono essere compresi come un richiamo alla fedeltà. E’ fin troppo facile esprimere la propria fede in Dio, quando la vita ci sorride, tutto ci va bene. Ma è proprio nei momenti di difficoltà che siamo chiamati a non dimenticare quanto il Signore ha fatto per noi. Il Signore non ha fatto uscire dalla schiavitù d’Egitto il popolo d’Israele per renderlo suo schiavo. A Israele, come già ad Adamo, è data la possibilità di scelta, nel ricordo di quanto il Signore ha fatto.

«Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive  soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore». L’abbondanza di cibo è segno particolare della benedizione di Dio. L’uomo conosce la dura fatica per ricavare il pane dalla terra (arare, seminare, mietere, trebbiare, macinare, cuocere), per cui ritrovarselo “bello e pronto”, ogni giorno, è davvero un grande segno di misericordia di Dio, che vuole unicamente la vita del suo popolo. Ma l’uomo non deve dimenticare che non si vive solo di pane, ma principalmente della parola del Signore.  Quest’ultima espressione la ritroviamo come risposta di Gesù, messo anche lui alla prova, al tentatore che lo sollecita a far diventare le pietre in pane per sfamarsi (cfr Mt 4,4). Il pane, di sua natura, entra nella sfera del sacro, pensato come dono di Dio all’uomo, che lo deve chiedere ogni giorno con umiltà e attenderlo con fiducia. E in ragione della sua essenzialità il pane non può non essere pensato come elemento da condividere. Israele corre il rischio di perdere la memoria, di dimenticare di essere stato condotto da Dio nel deserto e di avere ricevuto tutto quello che serviva per vivere. Il Signore non solo lo ha liberato dalla schiavitù d’Egitto ma gli ha concesso di entrare in una terra di libertà. Israele deve impegnarsi a coltivare la memoria, a ricordare l’Esodo come un’esperienza esaltante e gioiosa dell’alleanza e della guida del suo Dio.

Anche il testo del vangelo (Gv 6,51-58) fa riferimento al pane. Dopo la moltiplicazione dei pani alla folla, c’è il tentativo di questa di eleggere come re Gesù, che però sfugge e poi offre un significato al gesto che ha compiuto con un lungo discorso, di cui qui la liturgia riporta alcuni versetti. Un discorso “duro”, una vera catechesi sull’Eucarestia, difficile da comprendere, che susciterà un definitivo abbandono da parte di alcuni suoi discepoli.  «Gesù disse alla folla: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”». Il testo inizia con una affermazione assai significativa che rimanda alla rivelazione di Dio a Mosè: “Io sono”. Si tratta dunque di un discorso di una certa rilevanza, che esige da parte del credente un’adesione di fede. Come si può notare le affermazioni di Gesù non sono facilmente comprensibili: egli si identifica con il pane che assicura vita piena, eterna. Il passaggio successivo con l’impiego del termine “carne” manifesta la sua fragilità umana. Piena adesione da parte di Gesù al vissuto dell’uomo, come a dire che Dio non disdegna la realtà umana, anche se fragile. Egli si comunica nella fragilità della carne, non rifiuta di farsi nostro compagno di viaggio.

«Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Gesù disse loro: “In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”». Questo linguaggio è molto diverso da quello proposto dalla religione ufficiale, che presenta un Dio assolutamente inaccessibile, lontano da ogni prospettiva umana. Gesù rincara la dose: non soltanto il pane, la carne, ma anche il sangue. Solo chi mangia la sua carne e beve il suo sangue può avere la pienezza di vita. Ricordiamoci che nell’ambiente ebraico il sangue, ritenuto elemento di vita, non può essere bevuto. Carne e sangue che fanno riferimento all’esperienza dell’esodo: la carne come nutrimento necessario per affrontare il cammino che si dovrà affrontare e il sangue con il quale sono segnati gli stipiti delle porte come segnale per essere liberati dall’angelo sterminatore. Gesù non rinvia al futuro, ma già al presente concede la pienezza della vita. E poi va oltre promettendo la risurrezione nell’ultimo giorno, nel momento in cui sulla croce offrirà il suo Spirito.

«Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». Gesù riafferma quanto ha già espresso prima, sottolineando la superiorità del suo pane a quello che gli Ebrei mangiarono nel deserto e morirono. Chi mangia quanto offre Gesù possiede la vita piena. Un’ulteriore rivelazione di un Dio che non chiede, ma si offre, che non umilia gli uomini, ma li divinizza. A noi Dio chiede di essere accolto per farci vivere una storia d’amore, di fusione, di ebbrezza nello Spirito. Nel linguaggio dell’amore non è importante capire le parole, ma vivere la relazione, accogliere l’altro, fondersi con lui. E questo è quanto il Signore ci chiede oggi. Vivere l’Eucarestia significa entrare in questo linguaggio dell’amore, vivere la passione di Dio per l’uomo. Chi vive l’Eucarestia impara a riconoscere Gesù non soltanto nel pane, ma anche negli altri segni, che sono l’espressione della sua presenza in mezzo a noi. E tra questi segni ce n’è uno che oggi non possiamo trascurare: è lo stesso uomo, ogni uomo che dovrà essere rispettato nella sua dignità. E’ vero: oggi non portiamo in mezzo alle strade il Pane eucaristico, ma ci siamo noi, popolo in cammino verso una terra nuova e cieli nuovi, portatori di speranza, presenza misteriosa dello stesso Dio. Poi c’è un’altra presenza che vorrei ricordare, quello di un Dio trasfigurato, irriconoscibile, così come quella del povero, da noi reso tale, al quale abbiamo negato una sua dignità, il diritto al lavoro, alla sanità, all’istruzione. Apriamo allora gli occhi a queste presenze: sono il Dio tra noi. Non dimentichiamolo: l’Eucarestia è vera non soltanto se mangiamo del pane, ma se ci trasforma in pane da offrire ai tanti fratelli affamati di vita e di speranza.

Don Gino Faragone

 

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 12 Giugno 2020 22:58