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XII domenica 2020 PDF Stampa E-mail
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Sabato 20 Giugno 2020 00:00

XII Domenica T.O.

Liturgia

Non abbiate paura

Nonostante le notizie sempre più rassicuranti riguardo al Covid 19, l’atteggiamento che domina nelle nostre relazioni è ancora quello della paura. Non ci meravigliamo: siamo fortemente preoccupati della nostra salute e non ci vergogniamo affatto di assumere quelle precauzioni che possano garantire maggiore serenità. Per alcuni però questo stesso atteggiamento è diventato una vera e propria ossessione, una seria malattia, che non li aiuta affatto a migliorare il loro stato di salute. Continuano a vivere in uno stato di permanente lockdown, in isolamento totale per garantirsi maggiore protezione. Mi è toccato osservare in questi giorni comportamenti assolutamente inspiegabili, sproporzionati, che non hanno favorito un clima di maggiore serenità. Non esprimo chiaramente nessun giudizio sulle persone che manifestano questi disagi e che a volte assumono atteggiamenti aggressivi. Anche perché ho notato che queste persone per vincere la dimensione della paura e ricercare più tranquillità hanno messo in atto tante azioni protettive e fughe da ambienti ritenuti ad alto rischio. Appare certamente normale che dobbiamo evitare quei pericoli che  mettono in rischio serio la nostra vita, ma non a tal punto da non fare nessuna occupazione, proprio niente. Comprendo l’istinto di autoconservazione, che deve essere però accompagnato da un clima di fiducia e serenità.

Nel campo religioso la paura è spesso frequente: chi di noi non ha provato un qualche disagio nel testimoniare la propria fede in ambienti ostili? Riprendiamo questa domenica il vangelo di Matteo e leggiamo un tratto del secondo discorso, quello missionario, dove l’argomento della paura sembra ritmare tutto il testo (10,26-33). Per tre volte sentiamo risuonare l’imperativo “Non abbiate paura” detto da Gesù ai discepoli a conclusione del discorso, una espressione ripetuta tantissime volte in tutta la Scrittura (ad Abramo, Mosè, Maria, i profeti). Il Signore conosce la debolezza e gli stati d’animo dei suoi discepoli e non intende certamente illuderli promettendo facili consensi e successi popolari. Ma assicura una sua particolare vicinanza perché non cedano alla paura: i discepoli non devono nascondersi, ma con coraggio devono testimoniare la loro fede nel loro Maestro davanti a tutti gli uomini. Gesù istruisce i discepoli e li invia per un’esperienza di annuncio evangelico in un piccolo territorio, prima di mandarli nel mondo intero (cfr Mt 28,18-20). Li fornisce di alcuni doni e indica alcune linee comportamentali, senza nascondere i rischi a cui andranno incontro. L’istruzione di Gesù non ha come destinatari solo gli apostoli, ma i discepoli delle generazioni future, dunque anche noi. Il discorso comprende il messaggio, le azioni che lo accompagneranno e lo stile di vita dei ministri della parola, che non dovranno scandalizzarsi neppure davanti alle persecuzioni. L’annuncio è una bella missione, esaltante, una rivelazione di ciò che era nascosto, ma davvero ad alto rischio: i lupi sono numerosi e aggressivi. Annunciare a tutti la misericordia e l’amore del nostro Dio, prendersi cura di ogni uomo è una missione entusiasmante. Il compito più esaltante è quello di mostrare le debolezze e le stranezze del nostro Dio, che ama stare con gli ultimi, si fa avvicinare dai peccatori, dagli sbandati con l’unico desiderio di poterli abbracciare.

«Gesù disse ai suoi apostoli: “Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi di dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze”». La storia che si scrive nel libro di Dio è ben diversa da quella che scrivono gli uomini negli archivi segreti, dove appaiono i limiti dei soggetti che riempiono la cronaca quotidiana, di quelli che impongono le proprie opinioni come leggi e di quegli altri che sono costretti ad osservarle. Non è Dio che bisogna temere, ma questi falsi uomini, che si servono del nome di Dio. Si deve aver paura di questi uomini presuntuosi, pazzi, affamati di potere, che pensano di essere qualcuno solo se si fanno temere. Ma non sarebbe per tutti più bello condividere un’esperienza umana senza ipocrisie? Quello che abbiamo annunciato anche dalle terrazze non respira di vangelo: la predicazione deve profumare di gioia, di libertà, di vita, di servizio, di comunione. All’interno di una comunità cristiana si deve percepire subito che i rapporti tra i membri sono retti da uno spirito vivificato da una parola divina, che abbatte i muri di divisione, di falsità. L’unico vangelo che possiamo e dobbiamo annunciare è quello di un Dio che ama tutti gli uomini, anche quelli che hanno scelto di ignorarlo, di vivere facendo a meno di lui. Sì, Dio è grande, volutamente ignora la logica umana, quella ammantata di pseudo trasparenza, quella che rispecchia e copia quelle stesse strutture che riconosciamo facilmente corruttibili. Dio non si arrende: noi possiamo voltargli le spalle, ma lui non smetterà mai di amarci. Il dramma di colui che annuncia il vangelo è che questo vangelo non appare subito luminoso, appetibile, per cui a volte si è tentati di percorrere la via più comune, non spendere energie per una causa perdente. Si notino i due verbi al passivo (“sarà svelato… sarà conosciuto”) per evitare di nominare Dio, ma è proprio Lui il soggetto principale della comunicazione, colui che conduce l’impresa della “nuova evangelizzazione”.

«Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geenna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati». L’invito è ancora a non avere paura. Gesù non ha avuto paura degli uomini, neppure di quelli che ricoprivano ruoli importanti nel campo civile e religioso. La paura schiavizza l’uomo, lo isola, lo sprofonda nella più nera solitudine. Non dobbiamo temere coloro che ci ricattano con la facile acquisizione di beni materiali, ruoli sociali di prestigio. Dobbiamo temere principalmente coloro che vogliono impedirci della libertà di pensiero e dell’espressione della nostra fede. Il riferimento ai due passeri che non hanno alcun valore economico o ai capelli del capo che nessuno osa contare deve in modo particolare incoraggiare quelli che si sentono falliti, inutili, che fanno fatica ad affermarsi in un mondo che sembra appartenere unicamente a gente spregiudicata.

«Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli». Basta dunque con questa paura assolutamente ingiustificata: noi siamo un po’ più di due passeri e dunque valiamo qualcosa in più. Il nostro giudizio finale è posto nelle nostre mani, lo andiamo preparando già da questa terra con il riconoscimento e la testimonianza della nostra fede in Gesù. Giudizio che va tradotto con gratitudine per quello che Gesù ha fatto per noi: ci ha amati per primo e ha dato la sua vita per noi (cfr Gal 5,20). Testimonianza che non può essere limitata a qualche espressione di labbra, ma dimostrata nella fatica del vivere quotidiano. La nostra vita ripeteva Madre Teresa di Calcutta, grida più forte delle nostre parole. Non ci dobbiamo sorprendere se qualche volta abbiamo la sensazione di essere soggetti inutili, che si lasciano passivamente condurre dai fatti quotidiani con pacata rassegnazione. Non dobbiamo sentirci in colpa: è importante non perdere mai di vista quella lucina del tunnel, che ci prospetta “cieli nuovi e terra nuova” dove sperimenteremo davvero a quale prezzo siamo stati riscattati. Noi possiamo deciderci di rifiutare l’amore di Dio, ma Egli non molla così facilmente. Noi per lui valiamo davvero tanto, anche se non sempre percepiamo questo valore: certamente più di due passeri. Il Signore non ci guarda per quello che oggi mostriamo di essere, ma per quello che siamo chiamati a divenire. Egli è un sognatore e il mondo appartiene a coloro che hanno la forza di sognare, di proiettarsi nel futuro, di vivere il tempo di Dio.

Concludo con la bella e sofferta testimonianza di Geremia, il profeta obbligato ad annunciare un oracolo di sventura per la sua amata città di Gerusalemme. Non riscuote chiaramente consenso da nessuno, viene anzi denunciato, perseguitato, processato, torturato. «Sentivo la calunnia di molti, esclama il Profeta: “Terrore all’intorno! Denunciatelo! Sì, lo denunceremo”. Tutti i miei amici aspettavano la mia caduta: “Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta” ». In questi momenti è estremamente facile mostrare segni di debolezza, di ribellione, anche nei confronti di un Dio che appare assente. Ma alla fine il profeta manifesta la sua incrollabile fede: «Il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori vacilleranno e non potranno prevalere; arrossiranno perché non avranno successo».

Don Gino Faragone

 

 

Ultimo aggiornamento Sabato 20 Giugno 2020 09:03