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Corpo Sangue Cristo 2021 PDF Stampa E-mail
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Venerdì 04 Giugno 2021 00:00

Corpo e Sangue di Cristo

Liturgia

Non nel pane, ma nel pane spezzato si riconosce il Cristo

E’ in questo modo che Gesù vuole che lo si riconosca. Ricordiamo la testimonianza dei due discepoli di Emmaus, che raccontano alla comunità riunita a Gerusalemme il loro incontro con il Risorto e “come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane” (Lc 24,35). Il gesto di Gesù dello spezzare il pane è riportato abbondantemente negli scritti del Nuovo Testamento (cfr Mc 14,22; Mt 26,26; Lc 22,19; 1 Cor 10,16b; 11,23s). Il libro degli Atti degli Apostoli descrive la prima comunità con queste caratteristiche: l’ascolto della Parola, la comunione fraterna, lo spezzare il pane, la preghiera (At 2,42). Lo spezzare il pane diventa il modo per descrivere il nuovo culto dei cristiani. Comprendiamo che è difficile compiere il gesto per le nostre assemblee e perciò il pane viene portato sull’altare già spezzato, ma questo non deve impedire che noi stessi ci presentiamo agli altri come pane spezzato, condividendo tempo e risorse. Durante il lockdown abbiamo moltiplicato celebrazioni eucaristiche con assemblee immaginate e comunioni spirituali. Ma non sarebbe stato più opportuno vivere il disagio del digiuno eucaristico per distribuire l’altro pane, quello della Parola? Recuperiamo il linguaggio dei segni e diamo al pane spezzato un significato di vera comunione. Se  ognuno mangia il suo pane (cfr 1 Cor 11,20s), ma riteniamo davvero che stiamo celebrando l’eucarestia e facendo comunione? Non c’è eucarestia se non condividiamo il pane spezzato, segno della presenza di Dio tra noi. Un’eucarestia che non manifesta l’amore vicendevole, che valore ha? E’ certamente importante mangiare il pane, ma è ugualmente importante farsi pane e lasciarsi mangiare. Sarebbe opportuno entrare in chiesa per nutrirci di Cristo e uscire dalla chiesa per mostrarci come pane spezzato per i fratelli. E ognuno di noi sarà pane spezzato se sarà capace di rinunciare a qualcosa che ritiene gli appartenga per condividerla con altri. Scoprirà alla fine un nuovo volto di Dio. Ho ascoltato in questi mesi con attenzione l’esperienza di alcuni della comunità, che sono diventati pane spezzato per gli altri. Ricordo Rina che con delicatezza e riservatezza condivide la sofferenza della vicina di casa, offrendole quanto può. Ricordo Maria che avvisa l’amica se ha bisogno di qualcosa, perché sta per uscire per qualche acquisto e lo fa con piacere anche se non sempre è vero che stia uscendo. Ricordo Carmelina che apre la porta di casa per ospitare una famiglia senza alcun reddito. Ricordo Franca che prima di iniziare la sua giornata lavorativa va a trovare una persona disabile per aiutarla ad alzarsi, vestirsi, fare colazione e darle una mano per le pulizie più urgenti. Ricordo tanti che senza umiliare provvedono al pagamento di bollette, scontano o abbuonano quanto dovuto per affitti. In questi mesi davvero il pane è stato spezzato e condiviso. Molti faticano a comprendere il cambiamento del pane, ma capiscono più facilmente la nostra trasformazione, se la nostra vita riflette, incarna e rende più visibile l’amore del nostro Dio nella vita quotidiana. Se spezzi il pane rendi l’altro un fratello; se spezzi il pane diventi compagno di chi è solo; se spezzi il pane anche con chi ti è stato nemico incominci a percorrere con lui la strada della benevolenza e del coraggio per un vero rinnovamento.

Il brano del Vangelo (Mc 14,12-16.22-26) ci pone davanti la scena dell’ultima cena, l’ultimo incontro di Gesù con i suoi apostoli. Il contesto più vicino ci aiuta a comprendere meglio il senso e la drammaticità di quel momento. Le autorità hanno già deciso di uccidere Gesù, l’unzione della donna anonima è vista in funzione della sepoltura, Giuda ha concordato le modalità del tradimento. Segue poi l’avviso di fuga da parte di tutti e l’annuncio della negazione di Pietro. Gli eventi dei giorni precedenti di certo non hanno migliorato i rapporti tra Gesù e le autorità. L’ingresso solenne di Gesù a Gerusalemme, l’espulsione dei venditori al Tempio, le discussioni polemiche con i vari gruppi manifestano una netta opposizione delle autorità nei confronti di Gesù. Particolarmente significativo il contrasto tra gli apostoli che non riuscivano a capire e ad accettare il senso della Croce e l’atto generoso della donna, che con il suo gesto manifesta il suo amore verso Gesù riconosciuto come il Messia.

E in questo contesto che va compreso il gesto di Gesù che si offre come pane spezzato per i suoi. La cattiveria degli uomini non ha fermato il progetto misericordioso di Gesù. Sullo sfondo si stende idealmente l’evento dell’alleanza al Sinai. Attraverso il rito del sangue, simbolo della vita, sparso sull’altare, segno della presenza di Dio, e sul popolo viene concluso un patto che esprime particolare relazione di intimità e di amore tra Dio e il popolo.

Nella descrizione della cena, Marco presenta un pasto pasquale, anche se non parla esplicitamente dell’agnello. Mette in risalto le parole, i gesti e l’interpretazione del pane e del vino, elementi portatori della stessa presenza di Gesù, che inaugura una nuova alleanza, che troverà pieno compimento nel regno di Dio. L’Eucarestia è ricordo della liberazione dalla schiavitù d’Egitto, memoriale della morte e risurrezione di Gesù, pregustazione di una particolare intimità con Dio, anticipazione del banchetto celeste, “quando il Signore Dio eliminerà la morte per sempre e asciugherà le lacrime su ogni volto” (Is 25,8).

Preparativi per la cena

«Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: “Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?”. Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: “Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi”.I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua».

Anche se mancano alcuni elementi propri della celebrazione pasquale, l’agnello, le erbe amare, la salsa, le domande dei bambini che chiedono spiegazioni sull’ora e sul senso della festa, pare di poter cogliere nelle intenzioni di Marco la volontà di presentare una cena pasquale, celebrata da Gesù con i suoi discepoli nel suo ultimo soggiorno a Gerusalemme. L’iniziativa per i preparativi è presa dai discepoli, che da Gesù ricevono delle indicazioni, che rivelano il clima di riservatezza e di segretezza del momento. Giuda l’ha già tradito ed è meglio agire con molta prudenza. Questo spiega la discrezione dell’uomo che porta la brocca, cosa insolita, perché normalmente erano le donne a compiere tale azione, il quale indicherà la sala al piano superiore dove tutto è predisposto per la cena. Sebbene siano stati i discepoli a porre la domanda, è accentuata l’autorità di Gesù nei confronti del gruppo. E’ da supporre che Gesù precedentemente abbia preso accordi con il padrone per l’uso della sala. In ogni caso va ricordato che gli abitanti di Gerusalemme erano obbligati a mettere a disposizione dei pellegrini ambienti idonei per la celebrazione della festa. Al di là delle ipotesi sollevate dal testo, appare chiaro un Gesù che non subisce gli eventi ma li determina. E’ utile ricordare il clima in cui si celebra questa cena. Sono evidenti le tensioni tra Gesù e le autorità. L’ingresso solenne a Gerusalemme, l’espulsione dei venditori nel tempio, le discussioni con le autorità religiose  e civili, la valutazione sulle offerte dei ricchi e dei poveri, l’annuncio della distruzione del tempio, il discorso del giudizio finale sono eventi che hanno aumentato le tensioni. A questo aggiungiamo la difficoltà dei discepoli a comprendere e accettare la Croce. In questo contesto appare straordinario il gesto di una donna anonima che con l’unzione riconosce in Gesù il Messia.  Ed in mezzo a questo ambiente teso e minacciante, avviene il gesto d’amore di Gesù che si dona totalmente spezzando il pane per i suoi discepoli.

L’ultima cena

«Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: “Prendete, questo è il mio corpo”. Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: “Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio”.Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi»

Nel testo sono riportati gesti e parole di Gesù in modo particolare su due elementi: pane e vino, che fanno parte della cena pasquale. Gli stessi elementi usati nella cena pasquale costituiscono ora la novità di Gesù con la sua interpretazione. Non si tratta di formule magiche, ma di gesti che rivelano l’intenzione di Gesù. La cena è narrata dai tre vangeli sinottici (Mc 14,22-25; Mt 26,26-29; Lc 22,18-20) e dalla prima lettera ai Corinzi (11,23-25). La versione di Marco è molto vicina a quella di Matteo, mentre quella di Luca è più simile a quella paolina. Gesù compie un rituale a cui dà un nuovo significato: prende il pane, pronuncia la benedizione, lo spezza e lo offre ai discepoli. Le parole che accompagnano il gesto stanno ad indicare che Gesù identifica il pane con il suo corpo. Spezzando il pane, stabilisce un legame di comunione profonda con i suoi apostoli, permettendo ad essi di partecipare alla sua stessa vita. I cristiani partecipando all’Eucarestia devono imparare a darsi senza paure, perché la vita è più forte della morte. Poi Gesù prende il calice, con probabilità il terzo dei quattro previsti nel rituale della celebrazione pasquale, pronuncia la benedizione, lo offre ai discepoli e indica la sua morte ignominiosa. Anche al Getsemani, Gesù pregherà il Padre di allontanare questo calice di morte. Con il pane ha dato il suo corpo e con il sangue la sua vita. Porta così a compimento quel rito a cui si richiama la prima lettura, quando Mosè al monte Sinai asperse con il sangue delle vittime del sacrificio l’altare e il popolo, dicendo: “Questo è il sangue dell’alleanza” (cfr Es 24,6-8).Dio s’impegna a favore del suo popolo con la missione di Gesù. Si realizza così la promessa profetica di Geremia di un’alleanza nuova (Ger 31,31-34). Il sangue versato allude ad una morte violenta. L’espressione “per molti” nel linguaggio semitico indica tutti, quelli che condivideranno il pane e il vino. Come già la preparazione alla festa, così ora la conclusione con il canto dell’inno, cioè i salmi dell’Hallel, dove si ripete il ritornello perché eterna è la sua misericordia” (Sal 136),  evidenzia  l’intenzione dell’autore di narrare una cena pasquale.

E noi?

Anche molti di noi registrano dei fallimenti, dei tradimenti e pensano che ci sia poco da fare. La narrazione di oggi ci esorta a guardare avanti, perché l’amore espresso da Gesù supera le difficoltà dei discepoli, di Giuda, di Pietro, e quelli nostri. Il ritorno è sempre possibile! Occorre prendere coscienza dei sistemi oppressivi in cui viviamo (le erbe amare da masticare durante il rito ebraico) e confidare in un Dio che ci libera dall’oppressione.  Oggi solennità del Corpo e del Sangue di Cristo non possiamo limitarci ad offrire un pane da venerare: è necessario che questo stesso pane sia spezzato, condiviso e mangiato.

Don Gino Faragone

 

 

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 04 Giugno 2021 21:25